2014 da dimenticare per la zootecnia emiliano romagnola

vacca romagnolaCala inesorabilmente anche in Emilia Romagna il numero di allevamenti e di capi allevati, ma anche il reddito degli allevatori non è da meno con una perdita di PLV (Produzione lorda vendibile) zootecnica non inferiore a 50 milioni di euro rispetto al 2013. E il fenomeno è trasversale per le diverse specie prodotte: dai bovini ai suini passando per gli ovini. L’unica eccezione è rappresentata dai caprini, che pur costituendo una realtà molto circoscritta, nel 2014, sull’anno precedente, hanno registrato un incremento degli allevamenti pari al 2%, passando da 1931 a 1975 unità, perlopiù concentrati come per gli ovini in Romagna, e più esattamente nel bacino di Forlì-Cesena/Rimini.
Ben più drammatica la situazione per gli allevamenti bovini e suini.
“Per i primi, nell’anno appena concluso hanno chiuso oltre 200 stalle, mentre il numero di capi allevati – afferma Claudio Bovo, direttore di Araer – è rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2013 con un totale di 565.737 unità. Di queste, 291.000 sono femmine, vacche da latte e giovenche, concentrate soprattutto nella zona di produzione del Parmigiano Reggiano. E qui tocchiamo un tasto dolente perché la crisi che sta attraversando il re dei formaggi sta avendo ripercussioni molto pesanti sui produttori. Oggi il prezzo del latte destinato alla trasformazione in Parmigiano Reggiano è di poco superiore a quello riconosciuto al latte alimentare e le prospettive, almeno nell’immediato, non sono rosee, il che non fa presagire nulla di buono. Non è pensabile che una caciotta, che richiede un solo mese di stagionatura, oggi costi più del Parmigiano Reggiano che di mesi di stagionatura ne richiede almeno 24. Se questa crisi continuerà anche quest’anno, tante aziende saranno destinate a chiudere soffocate da costi di produzione superiori agli incassi”.
Non va meglio per i bovini da carne, anzi.
Per i soggetti di Razza Romagnola il quadro è drammatico.
“Sia il numero di allevamenti che di capi sta diminuendo inesorabilmente – continua il direttore di Araer – e si sta concretamente rischiando l’estinzione di questa razza autoctona. Negli ultimi 10 anni gli allevamenti si sono dimezzati perdendo il 43% delle stalle, con una riduzione del 25% rispetto al patrimonio dei capi allevati. Purtroppo si tratta di una situazione che affonda le sue radici in una mancata valorizzazione di carattere economico. Il compito di Araer, che tengo a ricordare è un organismo tecnico, punta al rilancio della Romagnola attraverso il miglioramento della selezione garantito dal Libro Genealogico e ad azioni legate agli aiuti Comunitari che sono attualmente in discussione a Bruxelles. Il nostro auspicio è quello di riuscire a portarli a casa, ma è del tutto evidente che ad essi dovranno seguire politiche di valorizzazione e commercializzazione più efficaci che riconoscano economicamente quel valore aggiunto che fino a oggi la carne di razza Romagnola non ha mai ottenuto”.
Nemmeno il settore suinicolo lascia molto spazio a qualche segnale di ottimismo. “Negli ultimi 4 anni è crollato il numero di porcilaie e di capi allevati – spiega Bovo – soprattutto quelle a ciclo chiuso hanno registrato percentualmente una riduzione pari a -28,32% e solo lo scorso anno, rispetto al 2013, la diminuzione è stata pari a -7,46: da 132 allevamenti a ciclo chiuso si è passati a 124. In caduta libera anche il numero dei riproduttori. Con i verri che alla data del 31 dicembre 2014 erano scesi a 1196 unità contro i 1.741 di un anno prima (-31,30%) e le scrofe, che sempre nell’ultimo anno, sono passate da 57.088 a 52.087 (-8,76%). Hanno invece abbastanza tenuto gli allevamenti da ingrasso che hanno registrato un calo di -1,63%, mentre i capi allevati sono passati da 1.139.218 (nel 2013) a 1.107.133 (nel 2014) perdendo in percentuale il 2,82%. Sappiamo tutti che la crisi della suinicoltura italiana perdura ormai da diversi anni ed è una crisi di sistema, a cui si aggiungono le normative, soprattutto ambientali, che di fatto hanno favorito una migrazione di molti allevamenti verso altre regioni”.

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