– 30% nelle semine di grano. Allarme per la pasta italiana

grano Il crollo dei prezzi pagati agli agricoltori, rispetto allo scorso anno, rischia di provocare un crollo delle semine a grano duro destinato alla produzione di pasta italiana, che interesseranno quest’anno probabilmente una superficie di terreno non superiore al milione di ettari, con un calo stimato del 30 per cento. E’ questo l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione del ‘World Pasta Day’ che si celebra il 25 ottobre negli Usa. Secondo il servizio Sms consumatori del ministero delle politiche agricole, il grano duro viene pagato oggi 18 centesimi al chilo agli agricoltori mentre la pasta raggiunge in media 1,4 euro al chilo, con un ricarico – sottolinea la Coldiretti – di circa il 400%, se si considerano le rese di trasformazione.
Sulla stessa linea le osservazioni della Confederazione Italiana agricoltori che parla di un vero e proprio tracollo per il grano duro made in Italy. Se è vero che il consumo di pasta sulle tavole degli italiani è aumentato del 2,4%, è altrettanto vero – sottolinea l’organizzazione – che i prezzi pagati ai produttori pari a 13-15 euro al quintale sono tagliati di quasi il 50% rispetto a venti anni fa e gli ettari seminati sono diminuiti in un anno del 30%. Inoltre è possibile un ulteriore calo, dal momento che diversi agricoltori sono propensi ad abbandonare questa coltura sia per i prezzi non remunerativi che per gli elevati costi produttivi, contributivi e burocratici; su tutto questo incombe anche l’import di prodotti, molti dei quali di dubbia qualita’ e in alcuni casi anche illegali. Per queste ragioni la Cia punta sulla necessita’ di un riconoscimento della qualita’ del grano duro italiano, che spesso l’industria non vuole dare. Da qui l’esigenza, sottolinea l’organizzazione, di arrivare ad un Patto di filiera che permetta di costituire una seria interprofessione del settore. La Cia, quindi, rinnova al ministero delle Politiche agricole la richiesta di una rapida approvazione del Piano di settore cerealicolo che, pur con una scarsa dotazione finanziaria, potrebbe attivare contratti di filiera, Piani di sviluppo rurale (Psr), ricerca e sperimentazione.

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