Agricoltura del sud: nel burrone secondo Fima

“Si è accorto Marini nella sua assemblea della Coldiretti a Matera che l’ agricoltura meridionale é dentro il precipizio e non sull’orlo del cratere? Si è chiesto se la PAC ha saputo rispondere e in prospettiva risponde alle esigenze dell’ agricoltura meridionale? A quanto pare no”. Lo ha dichiarato Saverio De Bonis, Coordinatore della Fima, Federazione italiana movimenti agricoli.
Gli obiettivi annunciati di recupero della filiera agroalimentare, restituendo centralità e reddito al produttore, e il riconoscimento pieno dell’identità del made in Italy con le sue produzioni tradizionali, sono parole vuote da tempo, affermazioni generiche, un film che gli agricoltori hanno già visto e letto, senza riscontri concreti. “Come intende Marini restituire reddito ai produttori? – aggiunge De Bonis – Ad oggi i risultati sono molto eloquenti. Il 63% delle vendite all’ asta in questo momento sono aziende agricole del mezzogiorno; oltre 11 miliardi di esposizione verso l’ Inps ed Equitalia e 37 miliardi verso le banche, di cui il 40% nel mezzogiorno; quasi un milione di imprese agricole ha chiuso nell’ ultimo decennio; un’ escalation di suicidi continui e di sofferenza umana; l’ abbandono di interi territori mentre la maggior parte degli aiuti comunitari va in altre direzioni; una perdita di potere d’ acquisto dei prodotti agricoli impressionante: il reddito agricolo, infatti, è calato del 35% rispetto ai partner europei, dove invece è cresciuto mediamente del 5,6% sempre nell’ ultimo decennio; una pac dai risultati passati deludenti e dagli esiti futuri incerti! Ma Marini su quale pianeta vive? Un rappresentante sindacale che percepisce cinque volte piu’ di Obama come fa a non accorgersi degli squilibri, del furto continuo, dei cartelli e degli abusi che subiscono gli agricoltori dentro le filiere, se ne é convinto lo stesso Ministro Catania? Cosa ha chiesto al governo per far sì che la crescita del Paese possa ripartire dall’ agricoltura?”Fare bene il sindacato è già compito politico. Ma se la politica agricola è stata deficitaria lo si deve, non solo ad organizzazioni senza bussola che andrebbero riformate per ricondurle alle origini, ma anche ai professori della politica agricola, che sinora hanno parlato di agricoltura o pac in mezzo agli ulivi, ma con lo sguardo rivolto all’ industria. Una sorta di strabismo di venere che ha aumentato la confusione, indebolito il peso dell’ agricoltura e fatto perdere terreno in Europa.“Ecco, la Coldiretti, insieme alle altre forze politiche e sindacali, – prosegue il coordinatore – deve sciogliere questo nodo: continuare a fare i camerieri degli interessi industriali o occuparsi seriamente dei problemi di agricoltori e consumatori che non ce la fanno ad arrivare a fine mese? Non si puo’ rivolgere lo sguardo in entrambi le direzioni. E’ tempo di tornare ad un mercato orientato alla società facendo delle scelte nette. La dottrina sociale della Chiesa, a tal proposito, invita a guardare dalla parte dei piu’ deboli e indifesi, che in questo momento sono gli agricoltori e i consumatori. Noi vorremmo che questa missione non sia declinata solo attraverso i negozi al dettaglio o le manifestazioni di folclore. L’ agricoltura ha bisogno di giustizia distributiva, come l’ intera società!” – aggiungendo – “E dobbiamo tornare all’ agricoltura separando in maniera netta il sostantivo dall’ aggettivo agroalimentare, che nasconde le trappole di un baratto sinora fatto in ambito comunitario a favore dell’ industria nazionale ed europea, e favorisce il drenaggio delle risorse dall’ agricoltura verso l’ industria. Quell’ aggettivo equivoco tratta di materie prime per l’ alimentazione senza specificare che oltre la metà è di dubbia provenienza”. Ma il consumatore tutto questo non lo sa pur avendo dai Trattati il sacrosanto diritto all’ informazione, mentre i medici cominciano a capire la portata di certe scelte sulla nostra salute, e sui bilanci sanitari pubblici. “Da Marini, per esempio, – sottolinea De Bonis – avremmo voluto sentire parole chiare su qualità e trasparenza nella filiera cerealicola, visto che Matera rappresentava, e puo’ ancora rappresentare, l’ emblema di una tradizione cerealicola e pastaia, purtroppo, ormai al tramonto”.“La verità – conclude – è che la metamorfosi subita dalle organizzazioni sindacali agricole in tutti questi anni ha contribuito ad aggravare le condizioni dell’ agricoltura italiana, che oggi è senza una politica. Occupandosi di attività terziarie, in modo crescente, i vecchi sindacati hanno smarrito il ruolo storico di difesa degli interessi dell’ attività primaria. Così le cinquantasette organizzazioni, un record italiano negativo in Europa, invece di fare sindacato sono diventati soggetti burocratici, agenzie disbrigo pratiche, negozianti al dettaglio, venditori abusivi, assicuratori e adesso anche banchieri”. Al punto che per difendere gli agrumicoltori siciliani, ad esempio, sono stati chiamati in soccorso di recente i sindacati dei lavoratori (Cgil, Cisl e Uil).

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