Agricoltura in carcere

Anche in carcere si fa agricoltura. Secondo l’ultimo rilevamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono oltre 40 gli istituti penitenziari che possiedono terreni agricoli. E 472, pari al 3,37% del totale lavorante, i detenuti che scontano la pena impegnati in lavori di campagna. Nel dibattito sul ruolo delle attività da svolgere nel periodo detentivo a fini educativi e di reinserimento sociale il lavoro è considerato uno degli elementi più importanti per la sua capacità di “occupare” un tempo non definito in modo costruttivo e finalizzato al successivo periodo di reinserimento. Tra le varie esperienze di lavoro, quella nel settore agricolo ha rivestito da sempre un ruolo particolare: l’attività agricola, infatti, si svolge all’aperto, offre l’opportunità di lavorare a contatto con l’ambiente e di seguire i cicli biologici, permette di “riappropriarsi” della funzione di cura e di supporto alla crescita. Tale attività, inoltre, si presta alla tesi della “vita in comune” come strumento in grado di ristabilire l’ordine giuridico violato e introdurre valori positivi negli stili di vita dei detenuti. In Italia, il lavoro agricolo nell’attività penitenziaria viene introdotto in età giolittiana con alcune sperimentazioni nell’agro pontino e sull’isola di Pianosa, nell’arcipelago toscano; successivamente i detenuti vengono impegnati nei lavori di bonifica dei terreni agricoli e vengono in parte smistati nelle colonie agricole, risolvendo così il problema del sovraffollamento delle carceri. In questa fase, non esiste alcun collegamento tra il lavoro effettuato in stato di detenzione e il successivo reinserimento sociale. In seguito, in alcuni istituti penitenziari continua, anche se in maniera ridotta, l’attività agricola. È solo negli anni 70 che, a seguito di rivolte e proteste dei detenuti, si porta all’attenzione dell’opinione pubblica e della classe politica il problema dell’attività lavorativa nel periodo di detenzione e che il lavoro assume una valenza educativa, professionalizzante e di reinserimento sociale e lavorativo. Oggi il lavoro agricolo riveste un ruolo importante per i detenuti sia nella fase di reclusione sia in quella di reinserimento. Le esperienze si sono sviluppate in parte in modo autonomo, per sensibilità delle direzioni che hanno proposto questo particolare tipo di attività e per la disponibilità di terreni all’interno della struttura penitenziaria, in parte sotto la spinta di provvedimenti legislativi (in particolare la legge 22 giugno 2000, n° 193, detta legge Smuraglia). In alcuni casi si tratta di attività agricole tutte interne alle strutture, gestite con il supporto di professionisti dipendenti dell’amministrazione penitenziaria; in altri casi la presenza di cooperative sociali o professionisti esterni favorisce il collegamento con l’esterno di una struttura per vocazione chiusa. La lettura che è possibile fare di queste esperienze non è esclusivamente di tipo economico; è infatti possibile, con una visione più ampia della capacità dell’agricoltura (sociale, biologica, ecc.) e della ruralità di costruire nuova cultura, leggere tra le righe di tali realtà anche segni di un tentativo di rifondare l’agricoltura secondo logiche diverse da quelle del mero profitto e di stabilire un legame nuovo tra produzione agricola, uso della terra e legalità.
Tra i piu’ recenti progetti avviati quello di Aiab , a dimostrazione che la riabilitazione e il reinserimento sociale e lavorativo possono passare attraverso l’agricoltura biologica ,con l’obiettivo di utilizzare il potere rigenerativo del lavoro agricolo per l’inclusione di soggetti ”deboli” e marginalizzati, con particolare riferimento a detenuti ed ex detenuti. Questa la scommessa dell’Aiab che ha deciso di creare un oliveto rigorosamente ‘bio’ nell’Istituto minorile Casal del Marmo di Roma. I 50 olivi biologici impiantati nell’istituto, sono stati acquistati grazie al ricavato delle vendite della crema “Sua Bonta’” della Lush, azienda attiva nel campo della difesa ambientale e della promozione di iniziative di solidarietà. Il progetto, realizzato in collaborazione con il Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, vedrà i ragazzi di Casal del Marmo partecipare a un corso di formazione, impiantare e poi prendersi cura dell’oliveto bio. Il lavoro e la formazione per le persone sottoposte a misure penali, così come previsto dalla Costituzione, rappresentano infatti gli elementi fondamentali del carattere rieducativo della pena, e questo vale in modo particolare per i minori, sia perché si tratta di persone ancora in fase di formazione, sia per prevenire la recidiva di fasce di popolazione con maggiori aspettative di vita. L’agricoltura è particolarmente idonea a favorire processi riabilitativi: mettendo in relazione la terra e le persone, il lavoro agricolo attiva processi di responsabilizzazione. E se l’agricoltura è ‘bio’ si stimola anche il rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. Gli obiettivi del progetto sono molteplici: sostenere il programma di rieducazione e riabilitazione dei minori reclusi, offrire loro una migliore qualità delle condizioni di vita durante il periodo di reclusione, e fornire occasioni esperenziali e di formazione utili. Il progetto risponde alla scelta di Lush di finanziare iniziative di interesse sociale e umanitario, vicine al credo aziendale, attraverso la destinazione dell’intero ricavato della vendita, tranne l’Iva, della crema “Sua Bonta’” per mani e corpo.

Scrivi un commento

Utilizza gravatar per personalizzare la tua immagine

Copyright © 2009 Con I Piedi Per Terra . All rights reserved.
Copyright © GTV s.r.l.
Sede legale V.Bonazzi, 51 - 40013 Castelmaggiore (Bo) - Sede opertiva v. L.Manara, 6 - 40128 Bologna
tel: 051 63236 - fax 051 6323602 - fax redazione 051 6323609
P. Iva 01607481205 - C.F 01161880388 - R.E.A. 347487 - R.I.BO 01161880388 - C.S. € 1.550.000,00 Vers. € 1.445.375,00
Concessionaria per la Pubblicità Publivideo2 Srl.