Agriturismo: cambia il calcolo dei pasti

Dopo 18 mesi di insistenti richieste e sollecitazioni da parte di Confagricoltura Emilia Romagna ed Agriturist dell’Emilia – Romagna, la Giunta Regionale ha approvato le modifiche alla circolare applicativa (della l.r. n.4/09 sull’agriturismo) entrata in vigore nel novembre del 2009. Si tratta del documento che regola la normativa agrituristica e fra le varie novità introdotte, annulla l’obbligo, da parte delle aziende agrituristiche con ristorazione, di calcolare il volume massimo di attivita’ mensile sul dodicesimo del numero di pasti annuali autorizzato.Confagricoltura ed Agriturist accolgono con soddisfazione questa novità poiché tale obbligo, da sempre contestato, non consentiva di valorizzare le produzioni agricole aziendali nei periodi di produzione; la norma infatti non teneva conto della specificità delle produzioni agricole che sono concentrate nei mesi tardo primaverili-estivi e del flusso turistico che privilegia i mesi estivi rispetto ai mesi invernali. Confagricoltura rimarca, contestualmente, l’occasione persa per codificare, nell’ambito delle norme che regolano la ristorazione agrituristica, la valorizzazione delle carni di ungulato abbattuti nel nostro territorio. Da tempo si chiede con insistenza al legislatore di considerare una parte delle carni di ungulati, acquistate presso i centri di lavorazione riconosciuti dalla regione, come prodotti aziendali e capaci quindi di contribuire al raggiungimento della percentuale di materie prime fissate per legge.Questa importante proposta avrebbe soddisfatto due ordini di aspettative: da un lato facilitare le aziende agrituristiche, soprattutto delle aree più svantaggiate della nostra regione, in collina e in montagna, nel raggiungimento della percentuale del 25% di materia prima aziendale fissate per legge, dall’altro valorizzare le carni certificate degli ungulati abbattuti nel nostro appennino all’interno di un circuito, reso molto trasparente dalla documentazione rilasciata dai centri di lavorazione, dove le carni di importazione e di dubbia qualità non troverebbero spazio nei menù agrituristici.

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