Agromafie: un giro d’affari da oltre 12 miliardi di euro


Riciclaggio, finanziamenti nazionali e comunitari percepiti indebitamente, estorsioni, caporalato o alterazione dei prezzi attraverso l’imposizione di un certo tipo di prodotti: tutte queste attività criminali hanno un volume di affari quantificabile in 12,5 miliardi di euro; 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da quelle illecite. Tanti ne stimano Eurispes e Coldiretti nel primo Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia. Due cifre per rendersi conto della stretta: dalle agromafie le organizzazioni criminali ricavano il 5,7% dei loro profitti (secondo Eurorispes 220 miliardi in totale), mentre il giro d’affari complessivo del comparto agroalimentare è stato per il 2009 di 154 miliardi. Il rapporto fa una lista di reati commessi in agricoltura dalle associazioni mafiose: dai comuni furti alle macellazioni clandestine, danneggiamento delle colture, usura, racket, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo, per finire con il caporalato e le truffe a danno dell’Unione europea. La piovra è avvinghiata soprattutto ai territori meridionali. La criminalità organizzata – secondo Eurispes e Coldiretti – non si allontana, almeno in agricoltura, dalla terra di origine: la ‘ndrangheta, pur manifestando la continua volonta’ di espansione, non abbandona il controllo in Calabria, in particolare “rivendica il proprio dominio sulle attività agricole e sulla pastorizia, e si ingegna per realizzare frodi ai danni dell’Ue (si pensi al fenomeno delle cosiddette ‘arance di carta’)”. In Campania, il fenomeno delle agromafie si intreccia con lo smaltimento illegale dei rifiuti e col conseguente inquinamento dei terreni e delle falde acquifere. Inoltre, la camorra detiene il monopolio sulla manodopera extracomunitaria, impiegata prevalentemente nella raccolta del pomodoro. La mafia si garantisce l’esclusiva di decidere il prezzo di vendita delle merci, sostituendosi arbitrariamente alle imprese produttrici che vedono gradualmente immiserirsi i propri ricavi. (ANSA).

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