Alimentare: Nomisma, poco utile per imprese. Giù profitti agricoltura e gdo

spaghettiDei 216 miliardi di euro di consumi alimentari spesi in media ogni anno nel periodo 2008-2011 meno della metà, e precisamente 83 miliardi, vanno a remunerare gli imprenditori (con soli 7 miliardi a titolo di utili) e i lavoratori (con 76 miliardi a titolo di retribuzioni), a cui si aggiungono altri 23 miliardi che servono a finanziare il rinnovo del capitale aziendale. Il 51% della spesa alimentare è invece destinata ad attori esterni alla filiera; imprese di altri settori economici (73,5 miliardi), Stato (20 miliardi), sistema finanziario (10 miliardi), imprese estere (7 miliardi). E’ quanto emerge dalla ricerca Nomisma su ‘la filiera agroalimentare italiana, formazione del valore e dei prezzi alimentari lungo la filiera’ presentata a Roma alla presenza di rappresentanti della Gdo e delle organizzazioni agricole. La ricerca punta il sito sui ritardi strutturali che limitano la competitività della filiera e rileva anche che grande distribuzione e produttori agricoli, spesso in polemica sulle accuse di speculazione mosse dall’agricoltura, sono ugualmente perdenti nella torta dei guadagni che vanno a premiare invece le altre imprese funzionali alla filiera (da quelle dei trasporti al packaging). Inoltre – aggiunge Nomisma – rapportando la distribuzione dei consumi alimentari per ogni 100 euro di spesa del consumatore italiano, il 97% del prezzo pagato serve a ripagare i costi di produzione, mentre la somma degli utili conseguiti dalle imprese nei diversi anelli della filiera rappresenta solo il 3%. E se nell’ultimo decennio da un lato cresce il peso, sul valore dei consumi alimentari, degli utili conseguiti in alcune fasi – industria, ingrosso e ristorazione – al contrario, si riduce l’incidenza dei profitti delle imprese agricole e della distribuzione. “Nella filiera agroalimentare i costi di energia e trasporti pesano sempre di più e portano via valore aggiunto” – sottolinea il presidente di Federdistribuzione Giovanni Cobolli Gigli, nel tendere la mano al fronte agricolo per “instaurare una collaborazione con un pò più di buona volontà reciproca”. Per il presidente di Coop Italia, Marco Pedroni, la filiera corta in Italia porta un valore aggiunto del 2% e quindi è una nicchia che va tutelata ma “non ci può salvare” dalla perdita di valore. Pedroni propone quindi un “patto politico” tra gli attori della filiera “per crescere di più”. “Calano i consumi interni ma aumentano del 67% quelli legati al ‘km 0’ – sottolinea il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo – C’è una crescente attenzione per gli alimenti genuini Made in Italy e non si può ignorare questo fenomeno”. Per Moncalvo la partnership con la Gdo è necessaria e “noi la facciamo concretamente da tempo ma lavorando sulla nostra caratteristica del Made in Italy”. Il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Dino Scanavino si dice “disposto ad avviare da subito un percorso di relazioni per aumentare la componente di reddito netto degli agricoltori che è quella che manca al sistema”. “È inutile sostenere contrapposizioni all’interno della filiera stessa tra gli interessi di agricoltori, industriali, operatori del commercio – osserva Massimiliano Giansanti componente della Giunta di Confagricoltura – Occorre invece cooperare per incidere sull’efficienza della filiera e migliorare le performance economiche complessive”. Il direttore generale di Conad Francesco Pugliese invita guardare ai modelli del made in Italy che esaltano la produttività e la qualità come le mele del Trentino che hanno messo a punto un’organizzazione tale da richiamare anche colossi della grande distribuzione come la statunitense Wal Mart. Giovanni Luppi, presidente di Legacoop agroalimentare, invita la cooperazione a proporsi in modo unitario “per discutere con più forza con i distributori e per provare a recuperare più efficienza”. (ANSA)

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