Allarme estinzione per l’abbacchio romano

Sulle tavole imbandite per le festivita’ pasquali finiranno agnelli rumeni, polacchi, ungheresi. La pecora che pascolava un tempo nell’agro romano e’ quasi introvabile e il tradizionale abbacchio locale un piatto da rimpiangere. A lanciare l’allarme su un prodotto tipico del Made in Italy e’ l’Ente Italiano della Montagna, nel corso del convegno Fimont “Salviamo una montagna di sapori”. Cinque i casi di studio illustrati a dimostrazione che la tradizione delle aree montane della penisola sono un bene da salvaguardare e da valorizzare, capaci di prospettive di sviluppo anche in tempi di crisi. Tra questi il caso della pecora sopravissana, una razza antica tipica dell’Italia centrale, minuta ma robusta, resistente e frugale, in grado di adattarsi al difficile ambiente di montagna e alla dura pratica della transumanza. Fino agli anni ’60 – ha riferito Elena Pagliarino, ricercatrice del Cnr – si contavano circa un milione e duecentomila capi: ora appena 3.700. Le altre razze l’hanno soppiantata ed e’ “in via di estinzione”. Eppure rappresenta un tipico esempio di produzione multifunzionale e sostenibile: oltre alla carne e alla lana, questa pecora e’ stata in passato fondamentale per la produzione del latte con cui fare il pecorino romano. Nell’allevamento della sopravissana – riconosce l’Eim – esistono “serbatoi di creativita’, ma le esperienze “restano isolate”: con la conseguenza che un agnello su due che finisce sulle nostre tavole proviene dall’Europa orientale. Il progetto Fimont, illustrato al convegno, ha permesso di individuare punti di forza e debolezza, opportunita’ e limiti della produzione, nonche’ reali possibilita’ di sviluppo: per riportare ad un livello di stabilita’ la pecora sopravissana, salvandola cosi’ dall’estinzione (arrivando cioe’ a 10 mila esemplari adulti in riproduzione nel giro di 6 anni) – ha spiegato Pagliarino – occorre mettere in conto un costo stimabile in poco piu’ di 2 milioni di euro, a fronte pero’ di un beneficio valutabile in circa 4 milioni. Al di la’ degli aspetti economici, la salvaguardia di questa pecora avrebbe ricadute positive sull’indotto turistico, sulla produzione casearia e soprattutto sulla biodiversita’: salvando non solo la pecora, ma anche il suo predatore, quel lupo che sta sempre piu’ riconquistando spazio nella montagna appenninica. (AGI)

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