Annata agraria: E-R, cresce la Plv ma calano i redditi


La produzione lorda vendibile (Plv) dell’Emilia Romagna torna a crescere. Dopo il crollo del 10% dello scorso anno, nel 2010 il valore della produzione agricola regionale è risalita di 5,5 punti percentuali, passando da 3.700 ad oltre 3.900 milioni.
Il dato è di Coldiretti Emilia Romagna, secondo cui la crescita del valore è dovuta per buona parte ad una diminuzione generalizzata delle produzioni, in particolare nel settore ortofrutticolo. Tuttavia, l’aumento dei prezzi – commenta l’organizzazione agricola – non sempre ha compensato il calo delle produzioni, per cui i bilanci delle singole imprese agricole sono in sofferenza.
A trainare la crescita della Plv regionale, secondo i dati di Coldiretti, è stato il settore dei cereali, seguito dalla frutta e, in minor misura, dalle colture industriali. Per i cereali, determinante è stata la situazione internazionale. La siccità in molti Paesi produttori, accompagnata dagli incendi che hanno tagliato del 38% il raccolto cerealicolo in Russia, ha spinto in alto i prezzi. Per la frutta, l’andamento meteorologico di fine primavera-inizio estate ha portato ad un ritardo della raccolta e ad una minore produzione che, grazie soprattutto ad una aumentata domanda estera, ha in parte determinato un incremento dei prezzi alla produzione. Sul fronte delle colture industriali è un’annata da dimenticare per il pomodoro e poco esaltante per la barbabietola da zucchero, che ha pagato il maltempo primaverile ed estivo. Per i vini le prime stime dicono che la produzione è leggermente diminuita, la qualità è ottima e si spera che possa spuntare buoni prezzi.
La Plv zootecnica si attesta sui 1.700 milioni di Euro, rimanendo sostanzialmente stabile grazie soprattutto ai buoni risultati del Parmigiano Reggiano nell’ultimo anno. Negli allevamenti pesano però il forte aumento del costo dei mangimi, che ha superato in un anno il 13%, e la ripartizione del valore lungo la filiera, con il 50% del prezzo finale della carne che va alla distribuzione, il 15% alla trasformazione, il 10% alla macellazione e solo il 13% resta all’allevatore.
“Lo squilibrio della ripartizione del valore tra i soggetti della filiera è oggi un dei problemi cruciali dell’agricoltura – afferma il presidente regionale di Coldiretti, Mauro Tonello – perché il prezzo pagato alla produzione è ormai svincolato dai reali andamenti di mercato e dalla domanda finale. Infatti, la diminuzione dei prezzi all’origine non porta quasi mai ad una diminuzione dei prezzi al consumo e, viceversa, aumenti di prezzo al consumo non significano un aumento all’origine. Addirittura, in molti settori, l’agricoltore viene remunerato con prezzi uguali a quelli di dieci anni fa, come nel caso delle carni bovine e suine, mentre nello stesso periodo i costi per le aziende sono aumentati del 25%”.
Solo nell’ultimo anno – rileva Coldiretti Emilia Romagna – i costi di produzione sono aumentati mediamente del 4%, con una differenziazione per settore che vede l’aumento maggiore dei costi per gli allevamenti (+9,7%). Tra i rincari maggiori che pesano sul bilancio degli agricoltori, si segnalano i costi energetici, con aumenti superiori al 5% sia per l’energia elettrica, sia per i carburanti.
L’erosione costante del reddito agricolo – commenta Coldiretti – ha portato nel decennio appena trascorso alla chiusura di moltissime aziende agricole. Nel registro delle imprese dell’Unioncamere regionale nel 2000 erano iscritte 87 mila aziende agricole, diventate 69 mila nel 2009: con un saldo negativo di 18 mila aziende.
“E’ per far fronte a questa situazione – afferma Tonello – che gli imprenditori agricoli si stanno organizzando per accorciare la filiera. Nell’ultimo anno in Emilia Romagna hanno operato 5.100 aziende agricole che fanno vendita diretta (erano 4.600 l’anno precedente), mentre sono già 90 i farmers market che portano direttamente ai consumatori delle città i prodotti della campagna. Intanto – prosegue il presidente regionale di Coldiretti – in un settore importante come quello dei cereali per stabilizzare il mercato è nata “Fits – Filiera italiana trading seminativi”, la più grande società europea di trading dei cereali di proprietà degli agricoltori”.
La società – spiega Coldiretti – ha il compito di gestire oltre 20 milioni di quintali di prodotto tra grano duro destinato alla produzione di pasta, grano tenero per il pane, girasole e soia, esclusivamente di origine italiana e garantiti non Ogm. Fits, che è partecipata da 18 Consorzi Agrari, 4 cooperative, 2 organizzazioni dei produttori, una società di servizi di Legacoop e Consorzi Agrari d’Italia, ha il compito di gestire la contrattualistica nella coltivazione e nella commercializzazione dei seminativi prodotti in tutto il Paese. Tra i promotori della nuova società ci sono soggetti importanti dell’agricoltura emiliano romagnola come i consorzi agrari di Piacenza, Reggio Emilia, Bologna-Modena, Ravenna e Forlì-Cesena, le cooperative di Legacoop, Terremerse e Progeo, l’organizzazione di produttori Cereali Emilia-Romagna. E’ una scelta fondamentale per realizzare una “Filiera Agricola tutta Italiana” e dare più forza ai produttori agricoli e alle loro aziende.

I dati produttivi 2009
L’analisi della Plv dell’Emilia Romagna nel 2010 vede un aumento complessivo del 33% del valore dei cereali, con un risultato produttivo in forte aumento per il mais (+7,7%) e il sorgo (+16,2%), in leggero aumento il frumento duro (+1,94%), in calo per il frumento tenero (–2,9%) e l’orzo (–14,8%). La Plv frutticola è aumentata del 13%, grazie al traino della domanda estera (mentre i consumi interni sono rimasti stazionari) e ad una minore produzione. A parte l’aumento di albicocche (+2,2%) e ciliegie (+27%) la restante produzione frutticola è risultata in calo: mele (–3,6%), pere (–5,72%), pesche (–2%) nettarine (–2,3%), susine (–6,8%) e kiwi (–34,4%). In calo anche cocomeri (–14,7%) e fragole (–13,2%); stabili i meloni.
Nel settore zootecnico i buoni risultati del Parmigiano Reggiano, non bastano a far fronte agli aumenti dei costi che ha toccato nell’ultimo anno il 13,3% per gli allevamenti bovini, l’11,8% per gli ovini e il 6,3% per i suini. Quest’ultimo è senz’altro il settore più in crisi anche a causa di prezzi alla produzione inferiori del 2% a quelli di dieci anni fa.

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