Attenta all’ambiente, al reddito e al mercato: così gli agricoltori vogliono la Pac

Sarà illustrata, analizzata, dibattuta, passata sotto la lente senz’altro nella prossima edizione di Fieragricola, in programma a Veronafiere dal 2 al 5 febbraio del 2012. Eppure, sulla Pac (Politica agricola comune) post 2013 – una intelaiatura di normative, provvedimenti e soprattutto risorse economiche destinate al comparto primario, alla tutela del territorio e dell’ambiente, destinata ad incidere profondamente sull’agricoltura dal 2014 al 2020 – Fieragricola ha chiesto agli addetti ai lavori (imprenditori agricoli, per lo più) di esprimersi sulla prima bozza della nuova Politica agricola comunitaria, attraverso un sondaggio comparso sul sito www.fieragricola.com
Dai 339 questionari compilati online sono emersi risultati importanti ed in parte sorprendenti. Gli obiettivi della Pac, innanzitutto. Chi ha compilato il sondaggio di Fieragricola privilegia due posizioni (ciascuna col 45 per cento di gradimento): la Pac dovrebbe garantire una produzione alimentare economicamente redditizia, ma allo stesso tempo mantenere l’equilibrio territoriale e le diversità delle zone rurali. Il 10 per cento appena, invece, ritiene che l’obiettivo prioritario della Pac sia la gestione sostenibile delle risorse naturali e la difesa del clima.
Certo il rapporto con l’ambiente e l’eco-sostenibilità è abbastanza stretto per chi ha compilato il questionario. Il 62 per cento di loro, infatti, ritiene che la Pac post 2013 debba caratterizzarsi per un’impronta ancora più ecologica di quanto non sia quella attuale. Il 23 per cento, al contrario, ritiene che la Pac non debba sposare una visione ancora più «eco-friendly» di quanto non sia ora.
Sul fronte più strettamente economico e contributivo, invece, le risposte sorprendono oer l’esigenza espressa di porre dei paletti minimi e massimi nei versamenti verso le imprese agricole.
L’80 per cento ritiene che debba essere fissato un tetto contributivo minimo, nell’ottica di favorire le imprese agricole attive. Ma in questo caso, i valori al di sotto dei quali congelare i finanziamenti alle aziende non hanno una preponderanza netta. Il 21 per cento ritiene che la soglia al di sotto della quale sospendere le erogazioni Pac debba essere compresa fra 201 e 500 euro. Analoga percentuale, però, si ha per la soglia fino a 1.000 euro e fino a 2.000 euro. il 14 per cento punta invece ad escludere i benefici Pac sotto i 100 euro, mentre il 12 per cento vorrebbe un tetto più elevato, fissato a 5.000 euro.
Il 68 per cento, analogamente, vorrebbe imporre anche un tetto massimo, oltre il quale sospendere i contributi Pac. In questo caso le posizioni dei votanti sono più chiare. E fra coloro che vorrebbero imporre un’asticella massima, quasi uno su due (il 48 per cento) ritiene che sia bene non superare i 150.000 euro di finanziamento per ciascuna impresa agricola, mentre il 24 per cento pone il limite dei 250.000 euro.
Osservando la Pac 2014-2020 su un piano politico, il 49 per cento di quanti hanno compilato il sondaggio pensano che non si debbano abolire i pagamenti diretti alle aziende agricole (cosiddetto 1° Pilastro). Il 32 per cento, invece, pensa che gli aiuti diretti possano essere progressivamente sostituiti da pagamenti limitati per i beni pubblici ambientali e da pagamenti aggiuntivi per vincoli naturali specifici, così come ipotizzato in una delle bozze ufficiali di riforma della Pac, illustrata dal commissario europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos.
Nel sondaggio, inoltre, resta piuttosto saldo uno degli obiettivi originari della Pac, così come ipotizzata dai fondatori della Comunità europea, e cioè il sostegno del mercato. Ecco allora che il 48 per cento dei votanti ritiene che non debbano essere abolite le misure di sostegno al mercato. Uno su tre, invece, pensa invece che la prossima Pac debba ripensare il sistema legato ai prezzi di mercato.
Nel meccanismo di recepimento della Pac, si dividono pressoché equamente quanti pensano che l’Italia debba adottare – per la quota relativa al 2° Pilastro (lo sviluppo rurale) un unico Piano di sviluppo nazionale (51 per cento), contro 21 Piani fissati dalle singole Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano.

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