Bacco incontra la creta

Ciotole, anfore, calici, bicchieri e persino un Capasone (il più ampio recipiente di creta) del 1926 alto ben 1 metro e 70 cm e largo 90 cm, con una capacità di contenere 600 litri di vino. Sono alcuni dei manufatti che possono essere ammirati nella splendida cornice del Giardino ottocentesco di Casa Vestita all’inaugurazione della prima mostra monotematica dal titolo “Ceramica da vino tra Settecento e Novecento” giovedì 4 agosto dalle ore 20. La casa che ospita l’esposizione fino al 31 agosto, non poteva non trovarsi esattamente nel ‘quartiere delle ceramiche’, lungo via Crispi 63/a a Grottaglie (TA), la “città delle ceramiche”, tradizione secolare di creta e argilla. Nel percorso espositivo saranno presenti circa 130 manufatti rigorosamente monocromi perlopiù nella colorazione giallo miele e verde ramina. Si parte da un’istallazione di anfore vinarie romane (riprodotte negli anni’60) si procede attraverso un percorso che vede esposti sruli, cucchi, ciotole, quartare, piatte, trimmoni, vacaturi, sruli a secretu, minzane, buttije, bicchieri una spiritera in argilla da fuoco, ed immancabilmente numerosi capasoni sia alla capuana che alla vurtagghiese per giungere ai calici liturgici; contenitori ceramici in cui il vino abbandona la sua natura profana e si eleva al divino. Una selezione di manufatti che copre circa tre secoli, periodo in cui la cittadina delle ceramiche ha dettato legge ma soprattutto stile nel campo della ceramica rustica meridionale.
L’iniziativa nasce dalla passione collezionistica e dalla ricca tradizione grottagliese della ceramica d’uso, un connubio profondamente radicato nel promotore della mostra, Cosimo Vestita ceramista da generazioni, che in svariati decenni ha messo insieme una collezione di ceramiche tipologicamente forte e ben strutturata. La mostra – curata dall’archeologo Simone Mirto e dalla Bottega Vestita – intende restituire alla ceramica d’uso, ed in questo caso alla ceramica da vino, la dignità che essa merita per la tradizione, il colore e l’eleganza della linea che esprime. La produzione capasanora spesso declassata rispetto a quella faenzara racchiude in se una stratificazione formale e funzionale che affonda le proprie radici nel basso Medioevo. La perizia tecnica di questa produzione era già ben considerata da Don Giuseppe Petraroli che in una monografia da lui realizzata per la Scuola Statale d’Arte “V. Calò” su invito del Ministero dell’Educazione Nazionale negli anni’40 ne parlava in questi termini: “Gli enormi recipienti detti volgarmente “capasoni” dimostrano la meravigliosa agilità del ceramista grottagliese. Se ne fabbricano persino della capacità di 350 litri e vien da domandarsi: come han fatto a metterli su e a cuocerli? Il figulo grottagliese maneggia quell’arnese di natura fragilissima e di gigantesche proporzioni con una sicurezza e disinvoltura come se si trastullasse con un gingillo, da quando è tenero sino a quando il fuoco lo rende solido e sonoro”. Nel corso dell’Ottocento la ceramica d’uso attraversa un periodo di vero fulgore artistico ed economico. Gran parte della popolazione grottagliese era impiegata nelle botteghe ceramiche ed i manufatti che uscivano dalle fornaci venivano esportati in regioni vicine come Calabria e Basilicata ma si diffusero rapidamente anche nei mercati della Turchia, dell’Albania, dei Balcani e di numerose isole dell’arcipelago greco favorite dalla vicinanza dell’importante snodo commerciale del porto di Taranto. La mostra si inserisce nella rassegna estiva Vino…è musica.

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