Bologna: selvaggina e cacciagione tra tutela e valorizzazione

cinghiale 1Oltre un milione e mezzo di danni da fauna selvatica in Emilia Romagna nel 2014, di cui quasi 300mila causati dalle incursioni degli ungulati. Costi che pesano in primis sull’agricoltore, sia in termini di strutture e attrezzature atte alla prevenzione che di ripristino del danno. In più, come una tegola, arriva la nuova normativa europea che considera ammissibili i contributi all’indennizzo solo in regime di “de minimis” ossia un tetto massimo di aiuti per le aziende agricole italiane che non deve superare i 15mila euro ogni triennio (nella cifra devono però rientrare anche altre forme di contributo possibili come, ad esempio, quelli per l’abbattimento interessi dei prestiti Agrifidi). Se n’è parlato stamani al convegno “Selvaggina e cacciagione tra tutela e valorizzazione – risorsa dell’Appennino bolognese”, organizzato dall’Accademia Nazionale di Agricoltura, da Confagricoltura Bologna e dall’Accademia Italiana della Cucina delegazione di Bologna dei Bentivoglio.

“Si tratta di una normativa paradossale per l’Italia, destinata ad aggravare una situazione già insostenibile per le aziende agricole. Confagricoltura si attiverà presso le sedi istituzionali preposte affinché sia colmata la lacuna legislativa in ambito nazionale – ha detto Giovanni Guerrini, vice direttore di Confagricoltura Bologna. “E’ evidente che la Commissione europea non ha considerato le peculiarità italiane, in base alle quali la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato – ai sensi dell’art. 1 della legge 157/199 – quindi il cinghiale che viene cacciato all’interno di un’azienda agricola di fatto non appartiene al tenutario del terreno bensì allo Stato, quindi la sua carne non può essere in alcun modo trasformata in risorsa dall’agricoltore come si fa con qualsiasi altra tipicità prodotta. In Francia, invece, il diritto di caccia è rientrante nel diritto di proprietà, pertanto il proprietario fondiario può autorizzare o meno l’esercizio venatorio sul proprio territorio e trarne reddito”.

“Il comune senso nei confronti degli animali porta – aggiunge il Presidente dell’Accademia nazionale di Agricoltura Giorgio Cantelli Forti – a serie riflessioni sulla caccia: se non fosse esistito l’esercizio venatorio l’uomo non avrebbe mai trovato il vitale nutrimento proteico per evolversi. E’ improrogabile affrontare oggi il problema degli ungulati e della fauna selvatica, che arrecano danni sia alle comunità di pianura che di montagna, attraverso un sistema razionale ed equilibrato di controllo e di tutela delle aree agricole e ambientali. Le macro aree di tutela del sistema emiliano romagnolo consentono, con il supporto delle istituzioni, una regolamentazione delle zone montuose e collinari, tuttavia la fauna selvatica deve essere mantenuta a una densità accettabile. Secondo l’Accademia Nazionale di Agricoltura va preservato l’equilibrio e la destinazione delle specie ovvero la biodiversità. Assecondiamo, dunque, la passione dei cacciatori; salvaguardiamo l’attività degli agricoltori e tuteliamo gli equilibri ambientali dell’Appennino bolognese”.

Rosanna Scipioni, professore ordinario di Zootecnia speciale, ha sottolineato la necessità di valorizzare le carni di ungulati “selvatici” (cinghiale, capriolo, daino, cervo): Maria Luisa Bargossi, responsabile servizio territorio rurale e attività faunistico venatorie della Regione Emilia Romagna che “ha anche auspicato la valorizzazione di tagli minori (non solo quelli per fare lo spezzatino di cinghiale) attraverso una corretta informazione e divulgazione alimentare”.

Il convegno moderato da Giovanni Ballarini, presidente nazionale onorario dell’Accademia Italiana della Cucina si è concluso con le parole di Giorgio Palmieri vice delegato della delegazione di Bologna dei Bentivoglio che ha raccontato come la selvaggina è stata cucinata nei secoli e spesso arricchita da aromi e spezie fino ad annoverare gli utilizzi più attuali.

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