Chiude “El Bulli” di Ferran Adrià: il commento premonitore di Edoardo Raspelli

Ancora due settimane e Ferran Adrià chiuderà El Bulli per sempre. Pochi chef al mondo possono vantare una fama pari alla sua che verrà celebrata in un documentario “Cooking in progress” dove verranno svelati i retroscena di una delle cucine più importanti e rinomate del mondo. Diretto dal regista tedesco Gereon Wetzel, il documentario mostra Adrià e i suoi chef Oriol Castro ed Eduard Xatruch nel loro laboratorio, intenti a inventare nuove ricette e piatti per la prossima stagione. Non solo alta cucina ma una passione per la perfezione unica al mondo che hanno reso lo chef catalano una vera star.
Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo una nota di Edoardo Raspelli su questo famoso chef e la sua cucina, che non lo vedeva cosi’ entisiasta, allegando anche un suo articolo pubblicato sulla Stampa del’ agosto 1999 dal titolo significativo: Ferran Adrià: 22 piatti di delusione”
Cio’ che di seguito leggerete e’ scritto direttamente dal critico enogastronomico Edoardo Raspelli
Il 31 luglio chiuderà definitivamente il ristorante di Ferran Adrrià. Quando un locale famoso,oltre tutto di un cuoco di 48 anni chiude,è una sconfitta,un fallimento non una vittoria,ma visto gli epinici che si stanno
levando di qua e di là volevo ricordare una voce contraria,la mia,alla cucina di Ferran Adrià.
L’articolo che segue(e che sarò felice se vorrete utilizzare< è anche gratis>)lo scrissi a fine luglio 1999 e venne pubblicato su LA STAMPA su una intera pagina delle Cronache Italiane ai primi di agosto 1999.
Il titolo a nove colonne di Dario Cresto Dina fu:
FERRAN ADRIA’:22 PIATTI DI DELUSIONE
Per LA STAMPA da edoardo raspelli 2 agosto 1999 Più importante che la pietra focaia; più sconvolgente dell’ invenzione della ruota. Altro che la scoperta del fuoco, altro che l’ invenzione dei caratteri mobili, altro che la pila voltaica o le trasmissioni radio di Marconi. Al suo confronto, per la storia dell’ umanità, la penicillina non è
nulla, l’ elettricità è un ritrovato da dilettanti, la televisione un giochino da bambini ed il computer una scoperta da quattro soldi. La svolta epocale, l’ oggetto che sconvolgerà( anzi, ha già sconvolto) il mondo( o,
almeno, l’ Italia), che travolgerà come un fiume in piena, come una valanga, come un terremoto, usi costumi tradizioni è lì, alla portata di tutti: nel suo modello più piccolo ed economico si tiene addirittura nel palmo di una mano; il tipo più grande, quello da un litro o da due litri, si conserva in cucina, nel cuore della cucina. Lo si mette sul trono e, ogni tanto, ci si genuflette davanti o lo si ringrazia di esistere. Lui, è il Dio Sifone: è
fabbricato in Austria, ha un nome che ricorda la facilità e da un anno è sulla bocca di tutti. Addio fornelli, addio forni, addio cucina, addio per sempre modo di mangiare tradizionale: oggi, domani, dopodomani, tutto si
farà con Te, Dio Sifone, amen. A Senigallia, alla Madonnina del Pescatore, hanno già inserito nel menu un
piatto fatto con il Dio Sifone; sempre nelle Marche già dieci ristoranti lo hanno comperato per cambiare totalmente il modo di preparare il cibo. Dozzine di ristoratori italiani stanno facendo un vero, autentico, convinto ed umile pellegrinaggio per vedere il Dio Sifone utilizzato dal suo genio, dal suo discepolo. Il quale discepolo, creatore, artefice, Duce e Guida, è un giovane cuoco e ristoratore della Costa Brava, Ferran Adrià, che dal suo locale sperduto, ad una settantina di chilometri dal confine con la Francia, sul mare, è diventato da un anno l’ oggetto del desiderio, il mito, il pensiero unico dei cuochi del Tricolore.
Ha cominciato l’ anno scorso il mensile Gambero Rosso, con una copertina ed 8 pagine intere dal titolo equilibrato:” Il Cuoco del XXI Secolo”. Da allora è stata un’ orgia di complimenti per la cucina del Sifone: Il Gambero Rosso, trasformatosi da critico di ristoranti ad agenzia di viaggio dei medesimi
ristoratori, ci ha portato i migliori cuochi italiani; un produttore di vino friulano ci ha trascinato, gratis, osti e giornalisti”‘ invitati speciali”; il Salone del Gusto a Torino ed il Maurizio Costanzo Show lo hanno visto
trionfare; la sua cucina si è riempita di stagisti a 3 milioni la settimana( viaggio escluso).
E che viaggio, per arrivare fino in provincia di Gerona, a tre quarti d’ ora di macchina da Figueras, nel comune di Rosas( che diventano Girona, Figueres, Roses se, anziché in castigliano, parlate come qui, cioè in
catalano).” C’ è un buon motivo per volare a Barcellona, prendere un’ auto a noleggio, risalire verso il confine francese e fermarsi a Roses?” si chiedeva nell’ agosto del 1998 il direttore del Gambero Rosso? E che debbo
dire io che, per arrivare fino alla spiaggetta dove insiste il ristorante El Bulli ho fatto, in auto, 1301 chilometri?
Di Roses, brutta cittadina di 10.000 abitanti, popolare Rimini della Costa Brava, credevo peggio: spunta la sua storica Cittadella sulla vostra sinistra, là dove il cemento ed i campeggi-dormitorio prendono il posto dei
girasole e del granturco. Se avete visto il Fuenti, Rapallo, le Corti Franche di Rovato, vi sembrerà di essere in un Nirvana: le immondizie accatastate attorno ai cassonetti, dopo che avrete fatto centinaia di
chilometri immacolati, vi daranno l’ impressione di essere in Italia. Non state nemmeno a chiedere: in fondo alla breve passeggiata sul mare, un cartello bianco vi indica” Cala Montjoi, 7 chilometri”. Andate e stupite:
enormi siepi di oleandro coprono l’ asciutta di un torrente artificiale, poi, tra agavi e cespugli di rovi pieni di more, entrerete in un aspro, meraviglioso Parco Naturale. Che cosa doveva essere la Costa Brava! Il
paradiso in terra vi regala sette chilometri di saliscendi, di anfratti, di calette silenziose, di profumi che ricordano la Sardegna. La strada vi regala qualche chilometro di buche mentre, ogni tanto, dipinto
sui massi, il muso di un cane di razza Bulli indica che siete sulla strada giusta.
Un vialetto tra pini marittimi e lecci, illuminato da lampioncini discreti,
vi conduce all’ ampio ombroso verde parcheggio affacciato sulla spiaggetta:
all’ àncora tre piccole placide barche, sulla sinistra una costruzione
rustica da cui viene della musica, sotto di voi un’ auto che ha deciso di
girare sulla sabbia e, sulla destra, la mole elegante, bassa ed allungata,
del ristorante più chiacchierato del momento, un Tre Stelle Michelin diviso
tra una piccola veranda ed un paio di sale, diverse tra di loro, di taglio
tra il rustico e l’ elegante.
In sala, il socio dello chef gira in maniche di camicia: dai clienti
abituali appoggia le mani sul tavolo e il ginocchio sulla sedia libera.
Ragazzi e ragazze che servono a tavola sono eleganti e misteriosi nelle loro
glaciali divise che fanno tanto Guardie del Popolo. Sono professionali,
attenti, poliglotta, disponibili ed efficienti. E l’ efficienza deve essere
alla base del loro lavoro, visto che il menu( in carta a mano) porta 14
piatti( tra le 38.000 e le 64.000 lire ognuno) ma tutti, proprio tutti,
esigono il menu degustazione, 22″ cose” elencate in un piccolo foglio anch’
esso di carta tipo Amalfi per assaggiare le quali io ho fatto Mozzio di
Crodo, Novara, Torino, Savona, Cannes, Figueres, Roses, Cala Montjoi.
La rivoluzione, lo sconvolgimento, il sovvertimento di regole costumi usi
tradizioni, si tradurrà in una successione piacevole solo per esteti
anoressici sdentati. La ricerca estetica sarà sublime, la tecnica geniale,
il senso del colore magistrale, le presentazioni più uniche che singolari,
ma la buona cucina sta da tutt’ altra parte, da tutt’ altri piatti. Quando,
dieci anni fa, Vissani mi offriva un fegato grasso in salsa d’ anguria, cioè
un foie gras… di acqua, quando inventavo per lui la frase” bambini alla
griglia”, be’, in confronto, era un tradizionalista, un conservatore: qui c’
è pura invenzione, totale creatività, provocazione allo stato puro, totale
gioco, assoluta ricerca dello choc, presa per il naso da manuale. Cosa
riuscirà a fare questo grande cuoco quando la pianterà di prenderci in giro?
La carta dei vini allinea, viva l’ Italia, Schiopetto, Kante, Gravner,
Jermann, Martinetti, Ceretto, Gaja, Voerzio più i sommi francesi e
sconosciuti grandi spagnoli: che rabbia bere così bene e mangiare tanto
male( anche se il prezzo del degustazione non sale oltre le 153.000 lire).
La prima schiuma arriva subito, appena seduti, con un buon whisky sauer ai
frutti della Passione, poi i primi cinque” piatti” saranno solo sfizi
provocatori più da cocktail party che da ristorante: dadini millimetrici di
sesamo croccante( !), baccalà croccante( !!), croccante di alghe(!!!), un
cucchiaino con pinoli in salsa salata e montata, riso selvaggio cotto a mo’
di pop corn, la cui cottura lo riduceva a vermetti; cosine fredde, fettucce
appetitose da sgranocchiare che andrebbero bene al Gin Rosa. E poi si cade
a precipizio.
Un delizioso bicchierino porta una pallina di pane farcito di olio e fritto,
adagiato su un bianco sorbetto di acquoso pomodoro; un cucchiaio reca una
schiumetta di patata con un lieve gusto di caffè. Il gelato di parmigiano è
straordinario, la cosa migliore di tutta la mia esperienza a El Bulli di
Ferran Adrià, la cialda che lo racchiude è un capolavoro di gusto, però, non
è un gelato di Parmigiano, ma un Parmigiano gelato, poi non è Parmigiano ma
Grana Padano, infine, questo piatto di Ferran Adrià, lo trovate dal 1967 in
Le Ricette Regionali Italiane di Anna Gosetti della Salda.
Un altro calicino elegante arriva: ” Lo deve bere tutto di seguito” mi dice
il cortese cameriere. Il colore è terrificante: sembra il riflusso
gastroesofageo della protagonista dell’ Esorcista. All’ inizio è una crema
calda di piselli, sul fondo si trasforma in menta ghiacciata: repellente.
I medaglioni sono freschissimi frutti di mare locali, mollicci, accompagnati
da una dolce gelatina di frutti della Passione. Il mio entusiasmo per le
annunciate” tagliatelle alla carbonara” è durato un secondo: su un vitreo
piatto trasparente mi sono arrivati dei freddi spaghettini diafani creati
mettendo una montagna di agar- agar in un brodo, fatto così rassodare. Li
accompagnano dadini di formaggio e uovo crudo. Al di là del nome, non si
mastica nemmeno con la” tortilla de patata”: una schiuma, non la prima e non
l’ ultima, di tuberi con sul fondo cipolle tostate e, sopra, occhi di olio
crudo.
L’ ennesimo piatto trasparente reca mucchietti: si tratta di semi di piccoli
peperoni, amarissimi, aromatizzati, accompagnati da cialde di tartufi
estivi: dentro c’ è una salsina molle, attorno salsa di yogourt.
Adoro le lingue di anitra della cucina cinese: qui arrivano, in fila come
soldatini, mezze crude e inconsistenti, accompagnate da fettine di pere, la
solita salsa dolciastra( di lychees) e salsa ai frutti di mare, accozzaglia
senza senso gastronomico.
Gli scampi sono di meravigliosa freschezza,” Finalmente si mangia?!”. Sono
salatissimi, accompagnati da mandorle fresche crude ed evanescente gelatina.
Solita molliccità nella salsa che accompagna le sardine crude. Consueta
inconsistenza in bocca per il cervello di agnello( al sangue) ed anche per
la crespella di ananas cocco e salsa alla jougourt profumata di anice
finocchio selvatico menta, senza zucchero.
I dolci sono tre. Il sorbetto di fragole è farcito di formaggio fresco,
accompagnato dalla consueta gelatina( questa, al Campari) dove,
evidentemente, prevale l’ amaro. Il biscotto di mandarino con gelato di
cioccolato è accostato ad un predominante( e terrificante) zabaione alla
lavanda.
Per mangiare tutto questo menu( e la cosa è singolare e significativa)
avrete a disposizione, soprattutto, cucchiaini forchettine e coltellini.
Un tagliere bellissimo e mai visto, di legno ed acciaio, reca una decina di
piccole frivolezze, di” pequenas locuras”(” piccole follie”). Ci trovate il
croccante di sesamo( e ridaje) con sorbetto di lamponi, la cialdina di
cioccolato bianco, il” lecca lecca” di limone( cioè un cristallo
caramellizzato ed aromatizzato all’ agrume), un altro lecca lecca dolce
di… (boh ?), il gelato all’ anguria, il bon bon alla menta, il melone con
gelatina di menta, due cioccolatini grandi come un’ unghia, semi di girasole
al cacao.
” Follie” ? Fuori, lungo la deserta strada del ritorno a Roses, nel buio, i
vostri fari inquadrano un’ auto con una figura discinta che si copre gli
occhi. Accanto all’ auto, in piedi, faccia al mare ed alla luna piena, un
uomo nudo vi dà le spalle. E’ finito il rito dell’ amore? L’ acqua ritorna
all’ acqua? Le follie erano a tavola o per gli strapiombi al di là del
Bulli?
Edoardo Raspelli

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