Cia: piano nazionale per proteine vegetali, contro import Ogm

Oltre 2 milioni di ettari da destinare subito alle produzioni proteiche vegetali. Questo è uno degli obiettivi prioritari del Piano nazionale presentato oggi a Roma dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori. Un Piano per tagliare le importazioni di prodotti spesso Ogm, per incrementare la produzione “made in Italy” di soia, piselli, fave, favini e erba medica e sviluppando, contemporaneamente, la coltivazione di mais, per garantire sia uno sviluppo di una zootecnica realmente sostenibile che i consumatori, per tutelare la biodiversità, per recuperare i terreni marginali, per migliorare la fertilità dei suoli, per contrastare il cambiamento climatico, per rafforzare l’organizzazione di filiera. Il Piano nazionale per le proteine vegetali propone di triplicare gli ettari oggi destinati in Italia alla produzione di colture proteiche. Nell’Unione europea – osserva la Cia – le colture proteiche occupano complessivamente solo il 3 per cento dei seminativi e la superficie si è ridotta a circa un milione di ettari. Ogni anno si importano oltre 40 milioni di tonnellate di prodotti proteaginosi, principalmente semi di soia per mangimi composti. Quantità che rappresenta l’80 per cento del consumo dell’Ue. Da rilevare, inoltre, che più dell’85 per cento dei mangimi nell’Unione europea contengono biotech e la normativa comunitaria prevede una soglia di contaminazione inevitabile o di tolleranza accidentale dello 0,9 per cento, limite per il quale non è prevista l’indicazione in etichetta. Basta solo ricordare che il 25 per cento del mangime destinato agli allevamenti nazionali proviene dalle coltivazioni di soia Ogm di Stati Uniti, Argentina e Brasile. A questo – prosegue la Cia – si deve aggiungere che, secondo recenti studi, il commercio mondiale di mais vedrà nei prossimi anni una quota crescente di prodotto Ogm, che potrebbe giungere fino all’86 per cento del totale. Le risorse economico-finanziarie da destinare al Piano nazionale – osserva la Cia – potrebbero essere reperite dai Psr, dai fondi Ue, nazionali e regionali per la ricerca. Da qui l’esigenza di un cambiamento di rotta con la nuova Pac 2014-2020, in maniera da dare una spinta adeguata verso lo sviluppo di queste coltivazioni. Il Piano – conclude la Cia – deve essere pienamente condiviso e potrebbe essere discusso nei prossimi Stati Generali dell’agricoltura, sviluppando una grande azione di concertazione operativa tra soggetti della filiera, le amministrazioni, le strutture di ricerca e dei servizi. (ANSA).

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