Cia, Sos desertificazione, più allevamenti ‘bio’

bovini carne 2Letame contro petrolio. Su questa sfida si gioca la partita fondamentale per la fertilità del suolo. Da una parte la materia organica rinnovabile, dall’altra la materia fossile che non è infinita. Per far vincere la prima, arginando così il fenomeno di desertificazione che erode oltre 10 milioni di ettari di terra arabile ogni anno, servono più animali nelle campagne allevati in modo sostenibile. In Italia, possono nascere almeno 15 mila ‘allevamenti bio’ entro il 2020, incentivati da una domanda sempre crescente dei consumatori che aumentano in percentuali a doppia cifra di anno in anno. E’ quanto hanno sostenuto Cia e Anabio (Associazione nazionale agricoltura Biologica) presentando oggi a Roma l’iniziativa ‘Nutrire il suolo per nutrire il Pianeta’. La natura – secondo Cia e Anabio – smonta da sola il paradigma che indica gli allevamenti quali forti responsabili dell’innalzamento delle emissioni di CO2. Al contrario, la zootecnica, praticata in modo sostenibile, contribuisce all’abbattimento dei volumi di anidride carbonica e favorisce la produttività della terra. A supporto di questa tesi giunge l’ultimo rapporto della Fao sull’argomento che indica nell’allevamento biologico o biodinamico la possibilità di abbattimento del 30% dell’emissione di gas serra. Insomma, dicono Cia e Anabio, ”sconfessando qualche eccessivo integralismo sull’argomento, una bistecca e un bicchiere di latte non possono essere equiparati a demoni contro l’ambiente”.
Cia e Anabio considerano ”un dovere promuovere e favorire l’insediamento di nuovi allevamenti e la riconversione di quelli convenzionali, arrivando in breve tempo a raddoppiare l’attuale produzione “Bio” nel nostro Paese”. Infatti, a fronte di una domanda sempre crescente di carni, salumi, latte e formaggi (più 11 per cento nell’ultimo biennio) in Italia operano circa 7.700 aziende, ancora poche, seppur cresciute di oltre 1000 unità negli ultimi 24 mesi. Il raddoppio delle aziende sostenibili è tutt’altro che utopistico considerando che sulla Penisola, e solo per il comparto dei bovini, sono presenti circa 120 mila allevamenti convenzionali. ”Dietro questo nostro impegno -hanno proseguito Cia e Anabio- non c’è solo il legittimo business che può profilarsi per i nostri agricoltori in questo comparto (un potenziale di mercato stimato di oltre 2 miliardi di euro l’anno) ma anche una strategia di lungo respiro per presidiare e nutrire al meglio le campagne e quindi l’ambiente: dove non è presente l’allevatore e il bestiame che vive il territorio, c’è l’abbandono, il degrado, la cementificazione e la desertificazione”. In Italia, solo nel sud del Paese, il letame prodotto dagli allevamenti animali (ovino, bovino,suino) e utilizzato per fertilizzare i campi produttivi (cereali, legumi, frutta e verdura) ammontava ad oltre 100 milioni di quintali nel 1930. Nella stessa area geografica ma nel 2000 il consumo dello stesso fertilizzante organico era quantificabile in sole 92 mila tonnellate. Di contro, dal 1950 al 2000 l’impiego di energia fossile è aumentata di 50 volte per produrre concimi, diserbanti, pesticidi e per muovere le macchine che lavorano il terreno. Questo scenario – concludono Cia e Anabio – se proiettato su scala mondiale, racconta di un pianeta che deve adottare delle scelte non più rinviabili, per metter un freno al fenomeno dell’erosione, della salinizzazione, dell’inquinamento che sottrae oltre 5 milioni di ettari di foreste, ogni anno, per rispondere alle pressioni generate dall’incremento della popolazione.

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