Cibus: l’export dell’Italia può migliorare superando alcune criticità

Cibus
Nanismo delle imprese, Gdo troppo domestica, scarso supporto allo sforzo promozionale delle aziende. Sono questi i principali fattori che frenano la spinta dell’export del made in Italy alimentare sui mercati esteri, anche se la domanda di prodotto italiano nel mondo è “straordinaria” e il settore mette a segno risultati a due cifre che altri comparti, di questi tempi, si sognano. Come affinare le strategie per inseguire le performance dei concorrenti tedeschi e francesi è stato tema centrale tra esperti, aziende e tecnici al Cibus Global Forum a Parma. Confronto che ha visto oggi duellare due big della grande distribuzione come Auchan e Coop Italia sul fronte della promozione dell’italianità sugli scaffali dei supermercati del mondo. Nonostante una crescita del 12% dell’export nei primi tre mesi 2013, il presidente di Federalimentare Filippo Ferrua pungola le imprese tricolori a emulare la Germania che, “pur non essendo una Paese agroalimentare, esporta il 10% in più di noi in rapporto al suo fatturato”, 10 miliardi di euro in più, rispetto al nostro export che vale 26,1 miliardi di euro nel 2012. Tranne pasta e vino, i tedeschi ci battono su tutti i terreni: carni, formaggi, caffé, cacao e cioccolata, forti di prezzi medi dimezzati rispetto ai nostri. Eppure dai Paesi Bric nei prossimi anni la domanda food esploderà: +5% latte dall’India, +3% di zucchero dalla Russia, in Cina i consumi di carne sono quasi triplicati in 20 anni. “Il vostro problema è che Coop e Conad non sono presenti all’estero – ha detto Auchan agli imprenditori di Cibus – Noi promuoviamo i vostri prodotti senza rincari del 200%”. “Stiamo stringendo accordi con cooperative di consumo omologhe in Asia e in Usa”, ha replicato Vincenzo Tassinari di Coop Italia, 8 milioni di soci e una formula che del radicamento sul territorio fa la sua forza. “Il nanismo dimensionale italiano va superato – dice il presidente della commissione Agricoltura del Parlamento Ue, Paolo De Castro – Le aziende sopra i 50 addetti sono l’1,5% in Italia il 9% in Germania. E sono quelle che fanno il 70% di export”. “Attenzione – avverte il presidente Ice Riccardo Monti – la diversità e la frammentazione è la ricchezza del territorio italiano. Il mondo chiede questo. Il livello dimensionale si può superare con l’aggregazione e la capacità di fare rete”. “Le Pmi vanno all’estero attraverso reti aggregative – spiega Daniele Rossi, direttore generale di Federalimentare – le medie e grandi grazie a una strategia di internazionalizzazione, che non solo esporta prodotti ma anche le imprese, con stabilimenti ad hoc per i mercati esteri”. Mentre le imprese affinano strategie chiedendo meno fisco, meno burocrazia, energia meno cara, e defiscalizzazione per le spese di promozione, dice Annalisa Sassi, presidente dei giovani Federalimentare, le vetrine top del made in Italy polemizzano a distanza. “Cibus sarà presente con mille aziende e un suo spazio espositivo all’Expo 2015”, ha annunciato l’ad di Fiere di Parma Antonio Cellie. “Prendiamo atto dell’interesse ma non c’é nulla di definito”, ha replicato prontamente da Milano il commissario unico Giuseppe Sala”. “L’Expo – annota Ferrua – è un’occasione irripetibile per l’agroalimentare italiano”. (dall’inviata Paola Barbetti – ANSA)

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