Città del vino: serve una wine policy per i territori del vino

Nei territori del vino ci vuole una wine policy, una vera e propria politica progettuale a medio-lungo termine, che sappia rispondere alle criticità vecchie e nuove del vino e dei territori di produzione, grazie ad un patto sempre più stretto tra pubblico e privato. A dirlo sono le Città del Vino, riunite in “Convention” a Benevento e nelle Città del Vino del Sannio – Castelvenere, Ponte, Torrecuso e Sant’Agata de’ Goti – fino al 19 settembre (info: www.cittadelvino.it), dove i comuni “virtuosi” che, in tempo di crisi, si adoperano per mantenere alta la qualità dei propri territori, hanno raccontato le proprie esperienze. Come interlocutori privilegiati tra il mondo delle istituzioni e l’imprenditoria enologica, i comuni assumono così una vera e propria funzione di “imprenditori pubblici” al servizio dei territori del vino, elaborando idee e realizzando progetti in sinergia con le aziende del proprio territorio.
E’ il caso delle Città del Vino di Isera in Trentino e di Milo in Sicilia, che hanno deciso di premiare il lavoro dei vignaioli che curano nel miglior modo possibile le loro vigne, non solo da un punto di vista tecnico, ma anche in relazione al paesaggio e al mantenimento della peculiarità dei luoghi. Bomporto in Emilia Romagna è un esempio “virtuoso” di come sia possibile estendere le stesse regole di salvaguardia delle città all’ambiente circostante, grazie ad un vero e proprio “piano regolatore rurale” dove la vitivinicoltura e l’agricoltura sono gli strumenti per conservare il territorio e valorizzare armoniosamente paesaggio, patrimonio urbano e tipicità rurale, a vantaggio del turismo e dell’alta qualità della vita degli abitanti. C’è poi il “Regolamento Generale per la Disciplina a Tutela e Valorizzazione del Patrimonio Architettonico, Naturalistico e Rurale” di San Martino sulla Marrucina in Abruzzo, modello dello stretto legame che dovrebbe esistere tra chi amministra e chi produce su un territorio, nato grazie alla joint venture tra il comune e un produttore di vino “illuminato” e legato alla sua terra, come Gianni Masciarelli. In Piemonte, se da sempre Sizzano si occupa direttamente della tutela dei propri vitigni più antichi, Castagnole delle Lanze ha deciso di far “adottare” i vigneti, per consentire ai vignaioli di vendere le loro uve ad un prezzo migliore, favorendo la conoscenza del territorio delle persone che, dall’Italia ma anche dall’estero, hanno aderito all’iniziativa, mentre a Barolo è nato il “WiMu – Wine Museum”, l’innovativo museo del vino al Castello Falletti. La Città del Vino di Verucchio in Emilia Romagna ha deciso di investire su 6 ettari di vigna autoctona per favorire l’avvio di una produzione di vino che possa avere autosufficienza commerciale. Più recente, il protocollo di intesa in Veneto tra i 18 comuni dell’area storica del Prosecco e il Consorzio di Tutela del Prosecco Conegliano Valdobbiadene finalizzato alla sostenibilità ambientale con un minore impatto di sostanze chimiche sull’ambiente (concimi e trattamenti), anche in vista della candidatura del territorio a Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
“Il mondo del vino italiano è fatto di “marchi collettivi”, ovvero di “marchi territoriali” forti – sottolinea il presidente delle Città del Vino Giampaolo Pioli – che non possono essere più considerati semplici denominazioni, ma luoghi di culto enologico, che appartengono ai territori, perché per fare vini importanti ci vogliono territori importanti, e dunque organizzati. E’ soprattutto in momenti di crisi come questo che i sindaci possono e devono farsi portavoce dei territori del vino. E in molti già lo stanno facendo, gli esempi sono davvero tanti, e li possiamo trovare proprio in quei territori che cercano, anche con un pizzico di orgoglio, di emergere o di offrire al mondo agricolo e vitivinicolo in particolare, una sponda, un punto di appoggio”. Per le Città del Vino, la difficile congiuntura economica può avere negative ripercussioni nei territori del vino se saranno privati delle risorse utili a mantenere alta la qualità del territorio: il rischio sociale è alto perché indebolire i territori rurali significa privare il nostro Paese di una prospettiva di sviluppo reale.

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