Coldiretti e Cia, no a campi tartufi cinesi

Tartufo di PinetaNo alla coltivazione del tartufo cinese o magrebino che potrebbe invadere e danneggiare le pregiate varietà autoctone e far scadere l’immagine di uno dei vanti alimentari del made in Italy venendo magari commercializzato come prodotto di qualità. L’altolà giunge dalle organizzazioni agricole Coldiretti e Cia-Confederazione italiana agricoltori ascoltate in audizione in Commissione agricoltura della Camera su due proposte di legge sul tartufo che puntano a modificare il dispositivo attualmente in vigore risalente al 16 dicembre 1985. “Le modifiche introdotte alla legge vigente consentirebbero la possibilità di commercializzare specie non autoctone, in particolare le specie cinesi Tuber indicum, Tuber himalayensis e Tuber sinense e quella magrebine Tuber oligospermum, che sono altamente virulente e capaci di grande adattamento, con la conseguenza di poter danneggiare se non eliminare le nostre specie pregiate autoctone molto più sensibili, delicate ed esigenti” – osserva all’ANSA Paola Grossi, responsabile dell’Ufficio legislativo della Coldiretti. “Si tratta di robaccia – commenta all’ANSA Ivan Nardone, responsabile del dipartimento economico della Cia-Confederazione italiana agricoltori – che può far scadere l’immagine di uno dei nostro gioielli alimentari, acquistato dal consumatore di fascia medio-alta che potrebbe cadere in inganno ed essere poi disincentivato da ulteriori acquisti”. Nella modifica di legge sul tartufo si apre anche la strada al riconoscimento del tartufo come prodotto agricolo. Il che fa inasprire lo scontro – osservano gli esperti – tra i proprietari agricoli e i cavatori che finora hanno avuto la possibilità di svolgere la raccolta anche nei terreni di proprietà, purchè non coltivati, secondo una sentenza della Cassazione. Se arrivasse invece il riconoscimento ex lege di prodotto agricolo, la stessa libertà di caccia non sarebbe invece più garantita. (ANSA).

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