Coldiretti Emilia Romagna in difesa del pomodoro italiano

Evitare che crolli la produzione italiana di pomodoro e garantire ai consumatori un prodotto di qualità. E’ quanto chiede Coldiretti Emilia Romagna in vista, oggi, del nuovo incontro tra i rappresentanti degli agricoltori e degli industriali per l’accordo sul prezzo 2010 del pomodoro. Secondo Coldiretti, l’Emilia Romagna è la regione più penalizzata dall’incontrollato aumento delle importazioni di concentrato, che nei primi nove mesi del 2009 è cresciuto del 33% (di cui un +17% dalla sola Cina), nonostante un aumento del 16% del prodotto nazionale
Con circa 1,5 milioni di tonnellate – ricorda Coldiretti – l’Emilia Romagna produce un terzo di tutto il pomodoro trasformato in Italia. “Gli ettari investiti a pomodoro però si assottigliano – commenta il presidente regionale di Coldiretti, Mauro Tonello – a causa della difficoltà degli imprenditore agricoli di fare reddito. Le trattative per il prezzo 2010 è emblematico: la parte industriale propone 65 euro a tonnellata contro il 79,50 del 2009. C’è da rilevare che già quello dell’anno scorso era un prezzo al limite della rimessa economica perché il costo di produzione di una tonnellata di pomodoro nei campi si aggira esattamente attorno agli 80 euro a tonnellata”.
Il problema – secondo Coldiretti – è costituito dalla situazione del mercato mondiale, che vede una forte concorrenza di prodotto estero a prezzi bassissimi, ma di altrettanta bassa qualità. Spesso le importazioni nascondono fenomeni di dumping sociale, con i costi del prodotto ridotti ai minimi termini per assenza nel Paese d’origine di garanzie per i lavoratori, per l’uso in campagna di prodotti chimici da noi vietati, per industrie di trasformazione prive di sistemi adeguati di depurazione per tutelare l’ambiente circostante e per i grandi problemi sanitari dovuti soprattutto ai livelli di muffe presenti nel prodotto.
“L’assenza di una chiara etichettatura d’origine – sostiene Tonello – consente che prodotto estero possa finire in prodotti spacciati per italiani, con la conseguenza che la loro bassa qualità finisca per pregiudicare irrimediabilmente l’immagine del pomodoro italiano. Per evitare che ciò avvenga occorre rivedere una serie di procedure e di norme, a partire dall’etichettatura che deve diventare obbligatoria per tutti i derivati del pomodoro e non solo per la passata come avviene oggi”.
Coldiretti in particolare ritiene necessario un maggiore controllo nei punti di entrata del prodotto importato, in particolare i porti, dove occorre specializzare personale che sappia gestire le importazioni non solo sul piano quantitativo, ma anche su quello qualitativo, in particolare per gli aspetti sanitari legati ai residui chimici e alle qualità organolettiche”.
Un’attenzione particolare – secondo Coldiretti – bisogna porre nel cosiddetto “traffico di perfezionamento attivo”, che, tradotto, significa importazione di pomodoro da lavorare per conto terzi che deve poi essere riesportato totalmente. “In realtà – spiega Tonello – può succedere che venga importato una triplo concentrato di pomodoro, che venga lavorato e riesportato con una concentrazione più diluita. In termini di peso i quantitativi riesportati sono gli stessi, ma parte del concentrato resta in Italia e finisce all’interno di prodotti nazionali. Anche per ridurre i rischi di queste situazioni – conclude Tonello – è importante avviare con l’industria una riflessione sull’opportunità di continuare ad importare pomodoro in contemporanea con le nostre produzioni, ed arrivare anche a bloccare questo tipo di importazioni nei territori dove la produzione locale di pomodoro italiano sia abbondante e sufficiente a soddisfare la capacità lavorativa dell’industria”.

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