Coldiretti: in Emilia Romagna cala la plv del 2%. Pesano siccità e terremoto

Battuta d’arresto dell’agricoltura dell’Emilia Romagna che dopo due anni di crescita della Plv (Produzione Lorda Vendibile), nel 2012 fa registrare secondo le prime stime Coldiretti un calo tra l’1 e il 3 per cento, riportando il valore prodotto nei campi attorno a 4.000 milioni di euro.
In un’annata profondamente segnata dalla siccità e dal terremoto il dato potrebbe essere accettabile – secondo Coldiretti – se non ci fossero i costi di produzione che hanno falcidiato i redditi aziendali. A trainare la Plv al ribasso ci sono diverse produzioni vegetali, in particolare i cereali autunnali (mais, sorgo), che hanno fatto registrare crolli di produzione anche del 50% a causa della fortissima siccità, le barbabietole per cui si stima un crollo della produttività anche del 30 per cento, soprattutto nelle province occidentali: per questo settore nonostante sia stata seminata una superficie superiore del 25% a quella dell’anno scorso (26 mila ettari quest’anno contro i 20 mila dell’anno scorso) sono state raccolte complessivamente il 2,4% di radici in meno. La frutta, nonostante prezzi superori al 2011, ha risentito della scarsità d’acqua nelle aree della regione dove non era possibile irrigare, facendo registrare cali che hanno raggiunto i massimi per le pere (–19%), le mele (–11%) e le nettarine (–6,5%). Segnata dalla siccità anche la produzione di pomodoro che ha fatto registrare un calo produttivo medio attorno al 15%, con punte del 30-40% nelle zone ferraresi.
A salvare la Plv da un crollo verticale sono stati i cereali estivi, con il frumento tenero e duro che hanno fatto registrare incrementi di produzione superiori al 25% grazie ad una resa per ettaro superiore anche del 20% rispetto alla media degli altri anni e a prezzi più che soddisfacenti. Soddisfazioni anche dalla vendemmia: la siccità estiva ha determinato mediamente un calo di produzione attorno al 10%, con diminuzioni più marcate per le uve raccolte a fine agosto e nelle zone collinari dove sono assenti impianti di irrigazione. Soddisfacenti sono stati però i prezzi delle uve, grazie ad una ottima qualità favorita in settembre, soprattutto in Romagna, dalle piogge pre-raccolta.
Anche il comparto zootecnico, che rappresenta quasi il 50% della Plv regionale, ha contribuito ad arrestare il crollo del valore complessivo. Il Parmigiano Reggiano viaggia su un aumento produttivo attorno al 3% pari a 99.000 forme in più, con prezzi che dai 10,5 euro di inizio d’anno si sono poi attestati attorno ai 9 euro. Nel 2012 il comparto ha subìto la distruzione o fusione di 120 mila forme, ma anche un calo dei consumi interni stimati in 50 mila forme. Il settore delle carni ha visto in crescita il comparto suinicolo con prezzi passati da 1,10-1,20 a 1,70 euro/Kg; anche il comparto delle carni bovine ha fatto intravvedere una crescita dei prezzi, grazie ad una diminuzione dell’offerta sia nazionale, sia estera.
Il settore zootecnico è però esemplificativo del vero tallone di Achille dell’agricoltura emiliano romagnola: la difficoltà a trasformare la sua capacità produttiva in reddito per le aziende. I prezzi alla produzione, infatti, non riescono a compensare gli aumenti senza freni dei costi di produzione. Secondo stime Coldiretti solo per riempire la mangiatoia a fine 2012 costa fino al 50% in più rispetto all’inizio dell’anno. L’alimentazione degli animali costa quasi il doppio dello stesso periodo dell’anno scorso, senza però che i maggiori costi si trasformino in adeguati prezzi pagati alla produzione.
Anzi in molti casi il prezzo spuntato dal produttore tende a scendere, come nel caso dei prodotti lattiero caseari, senza, peraltro, che questo trovi riscontro in un calo dei prezzi al consumo. Non è un caso che proprio nel settore degli allevamenti, secondo i dati del censimento dell’agricoltura, tra il 2000 e il 2010 nella nostra regione abbiano chiuso 4.840 allevamenti bovini (–39,7%) e 3.493 aziende suinicole (–74,3%).
La situazione è analoga, anche se meno eclatante, nel settore delle produzioni vegetali, dove i costi dei principali mezzi di produzione (fertilizzanti, fitofarmaci) sono aumentati attorno al 4%. Ma il vero colpo basso per la maggioranza delle imprese sono stati i costi energetici, con gli aumenti record a luglio del 26,2% dell’energia elettrica e di oltre il 20% dei carburanti, che rende l’utilizzo di un’ora di un trattore quasi superiore a quello di un’auto di Formula Uno.
“Insieme alla cattiva redistribuzione del valore del prodotto lungo la filiera, proprio i costi di produzione sono un punto debole dell’azienda agricola – ha detto il presidente di Coldiretti Emilia Romagna, Mauro Tonello – perché a ogni centesimo di aumento dei prezzi all’origine, corrisponde spesso aumento doppio dei costi per produrre. Per di più, i passaggi multipli, che allungano la filiera con tre, quattro intermediari dalla produzione alla distribuzione – ha detto Tonello – appesantiscono il prezzo finale del prodotto alimentare a scapito anche del consumatore. In pratica a pagare i costi di filiera sono proprio produttore e consumatore. Da qui nasce il progetto Fai, firmato agricoltori italiani”.
Promosso da Coldiretti, il progetto Fai – ha spiegato Tonello – “si propone di tagliare i troppi passaggi del cibo dal campo alla tavola che alimentano le speculazioni ma anche gli sprechi”. Con il sostegno logistico dei Consorzi Agrari d’Italia, Fai commercializzerà solo prodotti nazionali con un passaggio diretto dalle aziende agricole ai canali distributivi e si affiancherà alla rete già attiva di quasi diecimila frantoi, cantine, malghe, cascine e aziende agricole trasformate in punti vendita, di millecento mercati degli agricoltori e di oltre cento botteghe di Campagna Amica presenti su tutto il territorio nazionale”.

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