Confagri, energia pulita in primo piano


La bilancia commerciale italiana dell’energia segna un deficit che negli ultimi tre anni ha oscillato tra i 42 ed i 60 miliardi di euro (con un picco dell’import, nel 2008, di 76 miliardi di euro, pari al 5% del Pil) senza il quale avremmo un avanzo commerciale di 40 miliardi di euro.

“Per abbattere i costi della bolletta energetica l’agricoltura può dare un grosso contributo, perché il settore è al passo con i tempi nella scommessa sulla “green economy”- dice il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni – purtroppo però, nella recente manovra economica, invece di proporre incentivi è stata suggerita una misura, poi temperata in sede parlamentare, che rischiava di destabilizzare il mercato dei certificati verdi minando l’affidabilità e la fiducia degli investitori e degli imprenditori. Questo mentre la produzione di energia da biomasse è forse la tipologia di utilizzo di fonti rinnovabili con la maggiore prospettiva di sviluppo, come testimonia anche il piano di azione nazionale del Ministero”.

Vecchioni, intervenendo al dibattito “L’economia (sostenibile) è green”, nell’ambito di “Cortina In Con Tra” ha presentato uno studio realizzato da Confagricoltura e Nomisma in cui si prevede che se solo si concretizzasse metà del potenziale di produzione di energie da biomasse agricole (oltre 8 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), si avrebbero a disposizione 4,2 mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Una quantità sufficiente per coprire tutto il fabbisogno di energia delle imprese agricole (3,2 mtep) più 1 mtep disponibile per la commercializzazione. Il tutto senza rischi per l’approvvigionamento alimentare, visto che in Italia ci sono 494mila ettari di terreni a riposo e altri 592mila ettari di superficie non utilizzata, in totale oltre un milione di ettari su cui concentrarsi per lo sviluppo dell’energia da biomasse, di pari passo con gli obiettivi e l’evoluzione del piano nazionale.

“Bisogna evitare però – avverte Vecchioni – una green economy in salsa italiana, a base di veteroambientalismo ed altri ingredienti di matrice ideologica che mettono in secondo piano l’aspetto produttivo. Incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili da parte delle imprese agricole è essenziale per due motivi: in primo luogo perché garantisce il mantenimento di un tessuto produttivo agricolo sul territorio, diversificando le fonti di reddito dell’imprenditore. Poi perché, alimentando questa produzione con materie prime nazionali, si può aumentare il grado di autoapprovvigionamento del Paese anche nel campo delle energie rinnovabili”.

Secondo l’Istat, mentre dal 2000 al 2009 è aumentata la produzione di energia da fonti rinnovabili (da 12,4 a 18,3 milioni di mtep, pari ad un aumento del 48 per cento), le importazioni di energia da fonti rinnovabili, nello stesso periodo, sono aumentate del 100 per cento sino a 1 mtep. Il piano di azione nazionale attribuisce grande importanza alle biomasse la cui produzione di energia dovrà aumentare da 2,2 a 9,8 mtep entro il 2020. Ovvero 7,6 mtep in più che rappresentano praticamente la metà delle energie da fonti rinnovabili che l’Italia dovrà produrre in più da qui a dieci anni.

“Un Impegno che gli agricoltori italiani sono pronti ad assolvere a patto di garantire loro un orizzonte di certezze e di stabilità attraverso politiche idonee”, sottolinea Federico Vecchioni, elencando le richieste del mondo agricolo, che partono da una maggiore considerazione delle potenzialità delle biomasse e del biogas, da valorizzare, al pari delle altre energie da fonti rinnovabili, in un quadro stabile in cui le incentivazioni siano mantenute per tre anni (sino a tutto il 2012) non siano modificate una volta concesse. Sempre in tema di incentivi serve una loro equilibrata ridefinizione, che confermi l’orientamento politico a favore della produzione di energia elettrica nelle aziende agricole sino ad 1 MW per la generazione distribuita, con uno snellimento delle autorizzazioni ed il potenziamento della rete elettrica.

Poi va prevista una corretta classificazione dei materiali utilizzabili, per facilitare l’uso, a fini energetici, dei residui e dei sottoprodotti dell’attività agricola ed agroindustriale, spesso classificati impropriamente come rifiuti. Va anche ulteriormente favorito il biometano per compensare la minor competitività rispetto al gas di origine fossile e in questo senso il Piano di Azione Nazionale delinea una strategia appropriata anche se manca una soluzione al problema delle reti (i costi di connessione sono a carico del cliente).

Occorre, inoltre, trovare una soluzione del problema degli impianti a biogas agricoli realizzati “ante 2008”, che paradossalmente godono di agevolazioni inferiori a quelle ora vigenti. E infine è essenziale un sostegno alle biomasse nel settore dei trasporti che sia equamente suddiviso nella filiera.

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