Domani è il World Pasta Day e la pasta Made in Italy sfida la crisi

“Non c’é crisi per la pasta italiana, che continua a restare regina della tavola ‘in patria’ mentre va alla conquista del mondo. Sul fronte ‘spaghetti & company’, il Belpaese non ha rivali e batte ogni primato: siamo il primo produttore (3,2 milioni di tonnellate), il primo consumatore (26 chili a testa) e il primo esportatore (1,6 milioni di tonnellate)”. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori alla vigilia del “World Pasta Day 2011”. Nonostante il leggero calo delle quantità acquistate nel 2010 (meno 1,8 per cento) e nel primo semestre del 2011 (meno 1,6 per cento), dovuto alle difficoltà economiche delle famiglie, la pasta resta il piatto più amato dagli italiani. L’anno scorso – ricorda la Cia – il consumo pro capite è stato di 26 chilogrammi: il 37 per cento al Nord, il 23 per cento al Centro e il 40 per cento al Sud. Con una netta preferenza per la pasta secca rispetto a quella fresca. Al secondo posto a livello mondiale nella top ten dei maggiori consumatori di rigatoni, penne e lasagne ci sono i venezuelani (13 chili a persona), seguiti da tunisini (11,9 chili), greci (10,4 chili), svizzeri (9,7 chili), svedesi (9 chili), americani (8,8 chili), cileni (8,4 chili), peruviani (8,3 chili) e francesi (8 chili). Ma l’Italia mantiene anche la leadership incontrastata di primo produttore globale: nel 2010 – sottolinea la Cia – sono stati prodotti ben 3,247 milioni di tonnellate di pasta, per un valore economico pari a oltre 4,4 miliardi di euro. E’ molto di più di quello che fanno i nostri competitor più agguerriti, ovvero Stati Uniti (con una produzione annua di 2 milioni di tonnellate) e Brasile (con 1,3 milioni di tonnellate). Dopo ci sono Russia e Turchia, ma non arrivano a un milione di tonnellate in un anno. Forte di questi numeri, l’Italia -come rivela anche l’Unipi, l’Unione industriali pastai italiani- arriva a coprire più del 26 per cento della produzione planetaria di pasta e il 75 per cento di quella europea. E mentre conquista nuove fette di mercato, si radica sempre di più in alcuni Paesi: innanzitutto la Germania (dove va il 20 per cento dell’export nazionale), seguita da Francia (16 per cento), Regno Unito (15 per cento), Usa (7 per cento) e Giappone (5 per cento). “Un successo a cui contribuiscono anche i nostri agricoltori – osserva la Cia – che continuano a coltivare grano duro nonostante i problemi strutturali del comparto: i costi produttivi sempre più alti, i prezzi sui campi non remunerativi e troppo soggetti alle fluttuazioni dei mercati internazionali, l’assenza di politiche mirate per il settore e ora la prospettiva di una Pac con meno risorse per l’Italia”. (ANSA).

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