“Fate bene, fratelli!”. Nel lunario san Giovanni di Dio

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Andrea Malossini

Il santo di questa settimana, anche se ha un nome molto “divino”, san Giovanni di Dio, non è molto conosciuto: di primo acchito sembrerebbe uno dei tantissimi e anonimi san Giovanni (son più di 300), che fan da contorno all’Evangelista e al Battista, ma nulla, nella vita di san Giovanni di Dio, è mai stato in secondo piano. Per capirci vi dico solo una parola: “Fatebenefratelli”. E’ il nome di tanti ospedali e viene proprio dall’Ordine fondato dai seguaci di san Giovanni di Dio, l’Ordine monastico dei Fratelli Ospedalieri, che venivano così nominati per via della rituale invocazione del loro fondatore nel chiedere la carità “Fate del bene a voi stessi! Fate bene, fratelli!”.
Giovanni di Dio nacque in Portogallo nel 1495 e morì a Granada, in Spagna, nel 1550. Dopo esser scappato di casa a 8 anni, nei primi quarant’anni di vita il Santo fece di tutto: pastore in Spagna, soldato in Italia e Ungheria, venditore ambulante a Gibilterra, sovrintendente di schiavi a Ceuta e venditore di libri a Grenada. Ma il bello doveva ancora arrivare. Dopo aver sentito un sermone di san Giovanni d’Avila, per espiare le colpe commesse, il nostro Giovanni iniziò a comportarsi in modo stravagante per un “eccesso di fede”, tant’è che lo rinchiusero in manicomio. Qui conobbe le sofferenze dei malati e provò sulla propria pelle l’abbandono e l’emarginazione. Ne uscì con una missione che non abbandonò più, quella della cura dei malati, dedicandosi in particolare alla cura delle malattie mentali, inaugurando, con grande anticipo nel tempo, quel metodo psicoanalitico che sarà il vanto (quattro secoli dopo) di Freud e discepoli.
Grazie alla sua avventurosa vita, Giovanni di Dio, che si festeggia l’8 marzo, è il patrono di Granada, dei librai e dei rilegatori di libri e, ovviamente degli ospedali, degli infermi e degli infermieri.

Quella del frate questuante – caratteristica dei Fatebenefratelli in origine – è una figura che con il tempo si è persa, ma in passato aveva un forte impatto, tale da generare nel corso dei secoli credenze e superstizioni.
Incontrane uno in modo fortuito, specie di mattina, è quasi sempre di buon auspicio. La figura del frate questuante è da sempre legata al gioco del lotto, dato che si crede che questi abbiano il potere di indovinare i numeri vincenti. Per accrescere il benefico influsso di un loro incontro, si usava tirare loro il cordone. Alcuni reputano fortunato solo l’incontrare frati con la barba bianca e sfortunato l’incontrare quelli con la barba nera.
Dunque, Giovanni di Dio si festeggia l’8, il frate nella smorfia napoletana è il 27 e il questuante il 17. Perciò: 8, 27 e 17, ecco un ben terno al lotto da giocare. E se vincete, è d’obbligo lasciare un obolo ai Fatebenefratelli.

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