Federalimentare: bene l’export ma i dazi penalizzano il fatturato


L’industria alimentare italiana vola sui mercati esteri con un fatturato di 25 mld legato all’export ma il suo slancio è frenato in diversi Paesi da barriere doganali, dazi che ‘caricano’ dal 15 al 35% e vari impedimenti sanitari che sottraggono un potenziale fatturato di due miliardi all’anno. E’ quanto afferma Federalimentare, facendo il punto sugli ostacoli a una maggiore internazionalizzazione. “In questo momento – osserva Luigi Scordamaglia, consigliere incaricato di Federalimentare e membro del Cda Ice – è importante crescere di più nei paesi emergenti e nell’area Bric. Per smantellare le resistenze in queste realtà, dove ad esempio le barriere sanitarie penalizzano fortemente il made in Italy alimentare, dobbiamo essere in grado di presentarci come sistema Paese. Questo sarà possibile grazie anche alla nuova Ice e agli input che il Governo ha trasmesso alle diverse amministrazioni dedicate all’internazionalizzazione”. “Con l’abbattimento di barriere doganali e la riduzione dei dazi – aggiunge Scordamaglia – l’industria alimentare potrebbe quasi raddoppiare su base annua il tasso di crescita del proprio export. Da qui al 2020 potremmo raggiungere infatti 60 mld di export contro i 43 attesi dalla crescita fisiologica finora registrata. Questo vuol dire quasi 2 mld di euro in più all’anno”. Gli ostacoli doganali sono per esempio ben presenti in Russia che pure rappresenta, come sottolinea il presidente di Federalimentare, Filippo Ferrua Magliani, “il più promettente tra i nuovi mercati per i nostri prodotti enogastronomici”. L’export alimentare in Russia dopo aver raggiunto nel 2011 la quota di 420 milioni di euro (+25,3% sull’anno precedente) si è fermato nel primo trimestre 2012 a quota 92,6 milioni (-2,8% rispetto sul pari periodo 2011). Ô emersa, in particolare – evidenzia Federalimentare – la caduta verticale dell’esportazione enologica che, a seguito di problemi doganali di natura extradaziaria, si è quasi dimezzata, toccando quota 18,5 milioni con un calo in valuta del -48,2% sul primo trimestre 2011. Anche il Brasile fa soffrire l’export dell’industria alimentare italiana. Se infatti il dazio medio del 15% sui prodotti alimentari rende il made in Italy accessibile solo a una ristretta élite di consumatori brasiliani, anche le barriere sanitarie costituiscono in questo Paese un serio ostacolo. E’ vietata l’importazione di tutti gli insaccati con maturazione inferiore a 10 mesi, come ad esempio i salami, e la regolamentazione che disciplina le etichettature dei prodotti di origine animale importati rende praticamente impossibile operare senza un importatore locale. Anche il vino incontra molti ostacoli. Le bottiglie devono arrecare un apposito bollo anticontraffazione, mentre al momento dell’importazione possono essere prelevati campioni da ogni partita per effettuare analisi di controllo. “Più in generale – afferma Ferrua Magliani – il protezionismo colbertista nei nuovi mercati è particolarmente deciso nei confronti del made in Italy alimentare. Basti pensare che in India i dazi medi arrivano al 35%, in Thailandia al 26%, in Cina al 17% e in Argentina 15%, mentre ancor più pesanti sono le barriere non tariffarie”.
(di Cristina Latessa – ANSA).

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