Cia, in crisi i fiori italiani. Negli ultimi 5 anni persi 1000 ettari


Difficoltà nella competizione internazionale e pesanti problemi causati dai costi di gestione, a cominciare dal gasolio il cui ”bonus” per le serre e’ stato soppresso dal novembre dello scorso anno. I fiori Made in Italy sono in forte crisi basti pensare che negli ultimi cinque anni la produzione di fiori recisi nel nostro Paese e’ diminuita di oltre un quarto (-26%) e con essa c’e’ stata la perdita di piu’ di mille ettari (soprattutto strutture serricole). A rilevarlo è la Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, che giudica “particolarmente grave” la situazione per le rose, la cui produzione si è dimezzata a fronte di costi aumentati del 30%.
I dati sono stati resi noti nel corso del convegno organizzato a Sanremo dalla Cia, con la partecipazione tra gli altri del presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro.
Dal convegno – prosegue la nota dell’organizzazione agricola- e’ emersa chiara l’esigenza di interventi mirati per superare le grandi difficolta’ che le imprese italiane di fiori recisi hanno per restare sul mercato. Difficolta’ peraltro che vengono riscontrate anche da altri paesi Ue, dove le aziende floricole continuano a manifestare un trend sempre piu’ al ribasso. Una situazione estremamente critica che, unita a politiche comunitarie che si pongono l’obiettivo di portare sviluppo dei Paesi terzi, ha generato una crisi evidente nella competizione che -e’ stato rilevato durante il convegno della Cia- i produttori europei non sono piu’ in grado di sopportare. Secondo la Cia occorre subito una revisione delle politiche comunitarie, perche’ le attuali non hanno prodotto sviluppo, ma soltanto un moderno colonialismo e, per giunta, hanno indebolito l’economia interna europea. Circa il 70 per cento dei fiori importati in Europa proviene, infatti, da quattro paesi: Kenya, Colombia, Israele, Ecuador. Il nocciolo della questione e’ – conclude la Cia – che la competizione in atto in questo comparto non e’ fra paesi ricchi e paesi poveri, ma fra piccole e medie imprese che operano in Europa e grandi imprese, sempre europee, che hanno delocalizzato le loro produzioni. (ANSA).

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