Grano: Coldiretti, il crollo dei raccolti in Russia non può essere un alibi

Crolla del 20 per cento la produzione di grano in Russia per effetto del caldo e della siccità che hanno colpito anche le altre coltivazioni costringendo il centro dell’ex impero sovietico ad estendere il bando alle esportazioni in aggiunta al grano e alla farina anche al riso, l’orzo, avena e mais per garantirsi adeguate riserve interne, dal 15 di agosto alla fine dell’anno. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che mentre nelle capitale russa si soffre per lo smog, nelle campagne si contano i danni provocati dal fuoco e dall’ondata eccezionale di caldo. La maggioranza delle perdite – precisa la Coldiretti – sono dovuti alla siccità ma gli incendi che si sono diffusi anche nelle campagne fanno temere ulteriori perdite di produzione. Dopo il crollo dell’impero sovietico le imprese agricole pubbliche sono state privatizzate con un aumento della produttività che ha fatto del mercato del grano sovietico un punto di riferimento a livello internazionale anche per gli elevati volumi di esportazione che sono stati pari a 21,4 milioni di tonnellate nel 2009, pari a oltre cinque volte la produzione italiana di grano tenero. La situazione in Russia ha acceso le speculazioni sul mercato internazionale con l’aumento dei prezzi di mais, orzo, riso e soprattutto del grano che in quasi due mesi è aumentato del 60 per cento facendo registrare il piu’ rapido incremento degli ultimi trenta anni. La chiusura settimanale di venerdì scorso (6 agosto) è stata però in calo dell’8% con le quotazioni del grano per consegne a dicembre 2010 che sono scese a 7,54 dollari a bushel (0,21 euro al chilo) al Chicago Board of Trade.
Il prezzo internazionale del grano – spiega la Coldiretti – è ora comunque superiore del 60 per cento a quello dell’inizio di giugno facendo registrare il piu’ rapido incremento degli ultimi trenta anni anche se il valore è molto lontano dai massimo fatti registrare nel marzo del 2008 quando il grano ha toccato i 13 dollari per bushel.
Gli effetti cominciano a farsi sentire in Italia anche se i prezzi restano sui livelli minimi al di sotto dei costi di produzione e se il frumento tenero (per il pane) evidenzia una crescita a luglio dell’11 per cento quello duro (per la pasta) è – precisa la Coldiretti – in calo del 25 per cento rispetto allo scorso anno, secondo Ismea. L’andamento attuale dei prezzi del grano non giustifica dunque alcun rincaro in Italia sul pane o sulla pasta sia perché le quotazioni sono contenute ma soprattutto perché – sostiene la Coldiretti – il pane viene già pagato oltre 10 volte il prezzo del grano e il cui costo dipende per il 90% da fattori diversi dalla materia prima. Per fare un chilo di pane occorre circa 1 kg di grano, dal quale si ottengono 800 grammi di farina da impastare con l’acqua per ottenere il prodotto finito.
”L’Italia è fortemente dipendente dall’estero – sottolinea il Presidente di Coldiretti Ferrara, Mauro Tonello – con importazioni di circa 4 milioni di tonnellate di frumento tenero che coprono circa la metà del fabbisogno essenzialmente per la produzione di pane e biscotti mentre 2 milioni di tonnellate di grano duro arrivano in un anno in Italia per coprire oltre il 30 per cento del fabbisogno per la pasta. In altre parole è fatto con grano importato dall’estero un pacco di pasta su tre e circa la metà del pane in vendita in Italia. Si tratta del risultato delle scelte poco lungimiranti fatte nel tempo dall’industria italiana che – continua Tonello – ha preferito fare acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da “spacciare” come pasta o pane Made in Italy, per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la reale origine del grano impiegato. Il risultato è che in Italia si è verificato un calo delle superfici coltivate dell’1 per cento per il grano duro destinato alla produzione di pasta e del 5 per cento per quello tenero per il pane secondo il bollettino Agrit del Ministero delle Politiche Agricole, determinato dai bassi prezzi riconosciuti ai coltivatori italiani che sono al di sotto dei costi di produzione”.
Per contrastarle queste logiche è nata la piu’ grande società di europea di trading dei cereali di proprietà degli agricoltori, varata a luglio, che – riferisce la Coldiretti – ha il compito di gestire oltre 20 milioni di quintali di prodotto tra grano duro destinato alla produzione di pasta, grano tenero per il pane, girasole e soia, esclusivamente di origine italiana e garantiti non ogm. La società denominata “Filiera Agricola Italiana” è partecipata da 18 Consorzi Agrari, 4 cooperative, 2 organizzazioni dei produttori, una società di servizi di Legacoop e Consorzi Agrari d’Italia e ha il compito di gestire la contrattualistica nella coltivazione e nella commercializzazione dei seminativi prodotti in tutto il paese.

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