I turisti sognano la cucina italiana, ma per gli italiani conta il prezzo

L’enogastronomia risulta in assoluto l’elemento che per primo qualifica l’Italia agli occhi dei turisti di tutto il mondo, a dirlo è l’Osservatorio Buyer di TTG Italia illustrato a Rimini nel corso di TTI di Rimini Fiera. Ma gli italiani come mangiano? La sorprendente risposta arriva da un’inedita indagine presentata da FIPE Confcommercio nel corso del forum Alla ricerca della felicità: turismo e benessere.
Le famiglie spendono 212 miliardi di euro per mangiare, 142 tra le mura domestiche. Oltre la metà di questi 142 miliardi viene assorbita dagli acquisti di pane e cereali (pasta, riso, biscotti, piatti pronti), carne (insaccati compresi) e latte, formaggi e uova. Dolci e bevande sono i prodotti in cui la spesa è cresciuta più velocemente nell’arco degli ultimi due decenni (circa 20%). Gli aumenti di budget per frutta e vegetali sono, al contrario, modesti. Nell’ambito del modello alimentare che risponde al nome di dieta mediterranea tiene la spesa per i derivati dei cereali (pasta in primis) aumentata, nel periodo, del 18%. La spesa per la carne è scesa del 9% e questo potrebbe essere un dato positivo sotto il profilo salutistico, mentre non incoraggia la sostanziale stagnazione della spesa destinata al consumo di pesce. Nel 1992 pane e cereali rappresentavano il 16% della spesa alimentare delle famiglie, oggi il 18,9%. All’opposto la carne è scesa dal 25,4% al 22,2%.
Ma è in termini di spesa pro-capite che il “re è nudo”. Oggi spendiamo a testa per acquistare prodotti alimentari circa 1.864 euro; nei primi anni ’90 ne spendevamo 1.934. In vent’anni la frutta ha avuto un incremento di spesa di appena 15 centesimi, le verdure di 10 euro. Il peso della spesa alimentare è sceso in quarant’anni del 20% nel budget delle famiglie destinato ai consumi. Nello stesso periodo la spesa per comunicazioni è aumentata di dieci volte e quella per la sanità di oltre 6 volte. In termini di comportamento alla spesa ci stiamo spostando progressivamente verso il modello alimentare anglosassone. Il consumo si fa nervoso, si frammenta in una miriade di spuntini che riempiono il tempo tra un pasto e l’altro. Qui trovano spazio snack dolci e salati, bevande ipercaloriche (salvo rincorrere poi l’abbattimento delle calorie) e ogni altro prodotto che non presuppone la sapienza del consumatore per divenire edibile. Insomma pensando alla struttura del pasto all’italiana possiamo concludere che vincono i primi piatti mentre perdono terreno i secondi (carne, pesce, uova o una porzione di formaggio non fa differenza). Il dato su cui riflettere è che gli alimentari hanno perso peso non solo in termini relativi ma anche in termini assoluti. A partire dagli anni ’90 si assiste a un vero e proprio declino del valore di questi consumi a conferma della trasformazione del cibo in commodity.“Non c’è dubbio – ha affermato Edi Sommariva, Direttore Generale di Fipe Confcommercio, presentando la ricerca – che nella fase attuale i prezzi, per quello che riguarda l’alimentazione sono arrivati a una situazione di insostenibilità perché sono troppo bassi. Il valore del cibo è progressivamente diminuito e tutti, per anni, si sono focalizzati sul prezzo, mentre invece la nostra civiltà, per secoli, ha dato valore al cibo. Il cibo – ha continuato Sommariva – è l’energia per la vita, è quanto di più prezioso dobbiamo avere perché riguarda la nostra alimentazione, la nostra socialità, la nostra salute. Averlo ridotto semplicemente a una commodity, averlo mercificato a un livello così basso per cui non si dà più valore al cibo, ma diventa valore il prezzo basso, è una iattura per tutti: per la filiera che vi lavora (dal contadino che produce, a colui che commercia, a colui che trasforma) e per chi lo consuma”. Non c’è da meravigliarsi, allora, se una crescente mancanza di tempo per preparare e consumare i pasti, la progressiva perdita dei legami con la tradizione alimentare e del senso della stagionalità dei prodotti (effetto diretto della globalizzazione dei mercati) stanno delineando uno scenario preoccupante per la salute della popolazione italiana. Obesità (il 43% degli italiani sono soprappeso o obesi), disordini metabolici, malattie croniche o degenerative si stanno diffondendo come vere e proprie epidemie che alimentano una sposa socio- sanitaria correlata di circa 23 miliardi euro l’anno. “Bisogna intervenire subito – ha ancora detto Sommariva – se vogliamo evitare che la situazione diventi drammatica oltre che per l’economia delle campagne, anche per le nostre tasche e che i risparmi sulla spesa alimentare si trasformino in costi aggiuntivi per tutti a sostegno del già costoso apparato socio-sanitario”.

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