Il Biologico in prima pagina

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di commento all’inchiesta apparsa sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica. Fabrizio Piva, amministratore delegato di CCPB, riflette sul rapporto tra chilometro zero e biologico nelle scelte dei consumatori, che sempre più scelgono il cibo “pulito”.
“Ci fa piacere vedere che per una volta anche i media di massa riconoscono al biologico un valore positivo per tutti, e non solo per una nicchia di consumatori salutisti e (tra le righe) un po’ fanatici. L’articolo di Emanuele Coen apparso sullo scorso numero del Venerdì di Repubblica parla degli aumenti record nelle vendite dei prodotti biologici, collegandoli agli effetti della crisi. Il titolo è “Bio: la crisi dà più spazio ai buoni di natura”. Considerate le precedenti incursioni della stampa mainstream (Repubblica inclusa) nell’ambito, che tendevano a mettere in luce solo le truffe del “falso bio”, questo sembra davvero un segno incoraggiante. Ci si può chiedere quali siano le ragioni di questo cambio di rotta: innanzitutto, i numeri. Le elaborazioni di Cia su dati Ismea, la Coldiretti: tutti riscontrano, a fronte di un brutale crollo dei consumi alimentari, non solo un’ottima tenuta, ma una crescita sorprendente nel mercato del cibo pulito. Sorprendente perché arriva fino al 101% nel primo quadrimestre dell’anno, ma anche perché si registra in prodotti lavorati, che il senso comune accosta meno al biologico: i formaggi, i crackers, la pasta.
Ma c’è anche un altro elemento “nuovo” che rinforza il messaggio positivo, la certificazione. Si approfitta dei venti anni del regolamento Cee che per la prima volta ha disciplinato il settore, per tracciare un ritratto fedele del biologico e riconoscerne la popolarità non solo nei negozi specializzati ma anche nei grandi supermercati e perfino nei discount. Il marchio europeo della foglia verde non è più solo una garanzia, ma anche una cifra di riconoscibilità premiata dai consumatori.
Il bio comincia finalmente a pensare in grande, ma sulla strada restano ancora molti interrogativi. Per esempio, il rapporto del settore con il mercato equo e solidale, ma soprattutto con la filiera corta: il cosiddetto “chilometro zero”. Questa sarà una delle prossime sfide del mercato, che dovrà trovare un equilibrio tra due aspetti della produzione che spesso vengono erroneamente identificati: un prodotto a filiera corta non è necessariamente biologico, e viceversa. Qual è il comportamento che rende l’impronta del consumatore più leggera? Bisogna privilegiare la filiera corta o il bio, anche a costo di acquistare cibo proveniente da lontano? Secondo Coldiretti (che naturalmente sposa la causa dei coltivatori italiani) il chilometro zero è oggi imprescindibile, mentre secondo Andrea Ferrante, presidente di Aiab (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica) “è legittima la curiosità di assaggiare cibi di altre culture, dobbiamo evitare esagerazioni autarchiche”.
“Il biologico è sicuramente un settore attento alle tipicità e al ‘locale’ – commenta Fabrizio Piva, amministratore delegato dell’ente di certificazione CCPB – ma una volta per tutte vogliamo definire cosa intendiamo per ‘chilometro zero’, vogliamo dare una chiave di lettura al consumatore? Se si tratta di prodotto italiano chiamiamolo per nome ed evitiamo allocuzioni il cui zero non ha alcun significato. Il biologico è biologico indipendentemente dal luogo di coltivazione, il metodo di produzione non ha confini e conferisce dignità a tutti coloro che producono nel rispetto delle regole che ne contraddistinguono le tecniche e la storia. Non credo che con l’autarchia facciamo un gran servizio al nostro sistema produttivo anche se preferisco, a parità di condizioni, prodotti italiani. Facciamo un gran servizio al nostro sistema produttivo se creiamo le condizioni perché sia più competitivo sui mercati mondiali e non certo chiudendo le frontiere: se lo facessero anche i tedeschi per noi sarebbero guai, e seri”.
Lou Del Bello – CCPB

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