Il pomodoro sul podio degli alimenti italiani

Annibale Pancrazio è stato riconfermato per il prossimo biennio alla guida dell’ANICAV, l’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali , che attualmente annovera oltre 150 aziende, tra cui imprese leader nel comparto del pomodoro, degli agrumi, dei legumi e degli ortaggi.
Il fatturato nazionale del comparto della trasformazione del pomodoro nel 2010 ha toccato quota 3.200 milioni di euro (quello delle aziende ANICAV è stato di circa 1.700 milioni di euro).
Nel 2010, in Italia, sono state avviate alla trasformazione oltre 5 milioni di tonnellate di pomodoro e ne sono state trasformate 2,65 milioni di tonnellate, divise tra: pomodori pelati (806.983 tonnellate, circa 93% della produzione nazionale); polpa (428.023 tonnellate; circa il 55% della produzione nazionale); pomodorini (49.404 tonnellate, circa il 95% della produzione nazionale); passata (171.943 tonnellate, circa il 36% della produzione nazionale); concentrato (50.625 tonnellate, circa il 17% della produzione nazionale) e infine altri derivati (6.059 tonnellate, circa il 3,5% della produzione nazionale).
L’Italia risulta così al primo posto in Europa e al terzo posto nel mondo (dopo California e Cina) tra i paesi trasformatori di questo prezioso alimento. Tutto italiano invece il primato mondiale per la produzione dei pomodori pelati, che nel nostro paese supera le 800.000 tonnellate.
Anche il consumo annuo pro capite di pomodori è arrivato in Italia a toccare cifre record: il prodotto più venduto risulta essere la passata di pomodoro, che registra una variazione del +1,9% rispetto al 2009, seguita dalla polpa e dai pelati, prodotto quest’ultimo che, al Sud, supera la polpa.
Molto positivi anche i dati dell’export che nel 2010 ha superao la cifra di 1miliardo e 300 milioni di euro in valore e di circa 1.785.297.041 kg in volume (con un incremento del 12,6% rispetto al 2009).
Oggi, più del 50% del totale delle vendite del pomodoro arrivano dal commercio con l’estero. Il maggior mercato per i prodotti italiani resta quello europeo (con quasi il 70% sulla produzione totale ed un incremento del 14,4% in volume rispetto all’anno precedente), seguito da Usa e Giappone. I principali paesi acquirenti sono la Germania (21%), il Regno Unito (17,3%) e la Francia (8,6%). Le importazioni di pomodori conservati dai paesi della comunità europea, invece, risultano naturalmente esigue, essendo l’Italia il principale paese produttore.
Per quanto riguarda il tessuto produttivo nel 2010, si contavano circa 155 imprese operanti in Italia nel settore della trasformazione del pomodoro. La maggior parte è situata in Campania (93 imprese), dove sono presenti i maggiori gruppi a livello nazionale e internazionale. Segue l’Emilia Romagna (con 22 imprese), che è la seconda regione italiana leader nella produzione di derivati di pomodoro.
Per fare chiarezza infine sull spettro del pomodoro cinese che aleggia sulle tavole del Belpaese Anicav precisa che i consumatori italiani possono star tranquilli: il motivo per cui si importa dalla Cina il concentrato di pomodoro è dato dal fatto che la nostra produzione è inferiore alla nostra capacità esportativa. Per cui, la maggior parte delle importazioni di concentrato di pomodoro, provenienti dalla Cina e non, vengono introdotte nel nostro Paese solo per essere perfezionate – attraverso rilavorazione – e poi essere subito esportate all’interno della comunità europea o nel resto del mondo.
Il concentrato di pomodoro può essere, infatti, considerato una commodity, cioè un prodotto indistinto, tale da potere essere prodotto ovunque, con standard qualitativi equivalenti e commercializzato senza che sia necessario l’apporto di ulteriore valore aggiunto.
“Per tali motivi, le importazioni di concentrato non rappresentano un problema particolarmente rilevante per il nostro sistema agricolo e industriale, in quanto la concorrenza avviene su livelli diversi – sottolinea Annibale Pancrazio, il neoeletto Presidente dell’ANICAV – Infatti, in primo luogo esportiamo più di quanto produciamo. In seconda battuta, non siamo in condizione di produrre molto di più, perchè avremmo bisogno di moltissimi ettari disponibili per il concentrato e preferiamo destinare i pochi territori a disposizione a produzioni di maggiore qualità, come ad esempio quella dei pelati; inoltre sul piano dei costi del concentrato, non siamo competitivi e la maggior parte dei mercati finali non potrebbe sostenere prezzi così alti. Infine, nel caso in cui non si rilavorasse il concentrato in regime di importazione temporanea, non ne guadagnerebbe la filiera italiana, poichè i nostri stessi principali competitors a livello europeo (ovvero Spagna e Portogallo), per non dire della stessa Cina e degli USA, avrebbero comunque costi inferiori sia sulla materia prima (in media 5 €/ton) che sul trasporto”.

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