Il vino batte la crisi ma l’Italia resta lontana dalla Borsa

botti vino
Crescono fatturati e occupazione, l’export tira anche se fatica nei mercati emergenti. E il crollo della produzione in due anni di forte siccità non fa male al valore del prodotto, anzi. La consueta fotografia scattata dall’ufficio studi di Mediobanca alle grandi imprese vinicole italiane alla vigilia del Vinitaly è di concreto ottimismo, anche se le nostre maggiori cantine stanno forse perdendo un treno importante: quello della Borsa. E’ vero che la gran parte dei maggiori nomi del ‘made in Italy’ è di natura cooperativa, ma ormai sono dei giganti, strutturati almeno nei bilanci per il gran salto. Una scelta che nel mondo ha dato buoni risultati a chi l’ha fatta con un progetto solido. Dal gennaio 2001 l’indice di Borsa mondiale del settore vinicolo è infatti cresciuto del 175%, ben di più delle piazze azionarie in generale, che hanno segnato un progresso del 37%. Il miglior risultato al netto delle dinamiche delle Borse nazionali si registra in Nord America, dove i grandi gruppi quotati sono cresciuti del 193% in dieci anni. Segue la Francia (+105%) e, molto dietro, l’Australia (+10%) e la Spagna (+2%). Male invece Cina e Cile: l’indice del settore ha perso in entrambi i Paesi il 54% rispetto al listino di Borsa generale. Ma, Borsa a parte, l’indagine sui bilanci delle 108 principali aziende italiane dice che il settore è in salute: l’anno scorso il fatturato complessivo è salito del 7%, con forte spinta dell’export, portando i ricavi del 20% sopra il livello pre-crisi, mentre nello stesso periodo il fatturato dell’industria è sceso del 10%, con uno scivolone di 6 punti negli ultimi 12 mesi. Tra vigne e cantine bene anche l’occupazione (+2,6%), gli investimenti tecnici (+10% dopo il crollo del 2011, quando si temeva che la crisi attaccasse anche il comparto) e quelli pubblicitari (+6,5%). Solide le prospettive per il 2013: l’87% dei grandi produttori esclude per quest’anno un calo dei ricavi. E finalmente c’è un dato chiaro sulla produzione mondiale, il cui calo fa relativamente paura ai grandi gruppi, mentre per i ‘piccoli’ che devono mantenere famiglia e tutelare l’investimento il discorso è molto diverso. Il secondo anno consecutivo di siccità ha portato a un taglio della produzione del 16,8% in Francia, dell’11,2% in Spagna e del 6,3% in Italia. Nella penisola però anche nel 2011 il calo era stato significativo: in due anni siamo scesi da 48,5 milioni di ettolitri agli attuali 40 milioni. Per l’Italia prosegue comunque il traino dell’export (+9,4% l’anno scorso) ma fatichiamo nei mercati emergenti, come quello cinese e asiatico in genere. “Le nostre aziende – commenta Maurizio Gardini, presidente dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari – sarebbero più competitive se non fosse per i dazi, che rappresentano un forte ostacolo in particolare in Paesi come la Cina, la Russia, il Giappone e il Brasile”. (di Alfonso Neri – ANSA).

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