Imu e Iva: Cia, due tasse da cambiare per rilanciare i consumi

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I dati diffusi dall’Istat sull’andamento dei consumi alimentari fotografano una situazione che può apparire positiva se analizzata fuori dal contesto: i prezzi dei beni sono decisamente bassi, crollati ai minimi termini da oltre tre anni a questa parte. Tale tendenza, però, non serve affatto a rilanciare gli acquisti perché, a livello nazionale, i consumi delle famiglie continuano a scendere e nel primo trimestre dell’anno hanno registrato un calo del 4,2%. Un dato allarmante che ci parla di un’economia stagnate e della forte necessità di un intervento immediato e tempestivo da parte del nuovo Governo. «Dire che le famiglie italiane sono in crisi – dice Lorenzo Boldrini, presidente provinciale di Cia Ferrara, a commento dei dati statistici – è ormai un eufemismo. L’Istat ci racconta che il 60% del reddito è destinato alle spese obbligate e se ne va, dunque, per pagare mutui, affitti, bollette, oneri vari e soprattutto le tasse. Non va meglio per le imprese, agricole e non, che sono schiacciate dalla crescita zero e dalle imposte che corrodono buona parte delle entrate. Ecco allora che si taglia, sulla quantità e soprattutto la qualità del cibo acquistata in ambito familiare – facendo meno attenzione alla salubrità dei prodotti e alla loro provenienza – e sugli investimenti a livello aziendale. Così non si può proprio andare avanti – afferma il presidente della Cia. Bisogna rilanciare i consumi e la capacità di investimento delle imprese attraverso due provvedimenti urgenti che potrebbero alleggerire subito il carico fiscale e dare maggiore liquidità alle famiglie: la revisione dell’Imu per le prime case ed anche per i beni strumentali all’attività produttiva, come terreni e fabbricati rurali e lo stop all’aumento dell’Iva di luglio. La sospensione della prima rata di giugno è, infatti, solo un primo passo che rimanda la soluzione del problema. I dati Istat però, come ho già accennato, ci raccontano anche un’altra storia: le famiglie scelgono sempre più i discount (13,8 milioni di persone) e i prodotti cosiddetti unbranded, senza cioè una marca identificabile (29% degli acquisti). Questa tipologia di prodotti – continua Boldrini – costano sicuramente poco ma provengono da filiere lunghe, quasi sempre di provenienza estera. Non è ovviamente nelle mie intenzioni condannare in toto i beni alimentari che si possono acquistare negli hard discount ma chiedo ai consumatori: perché non puntare sui veri prodotti No Logo, quelli della filiera cortissima, venduti direttamente dagli agricoltori? Sono freschi, di provenienza sicura e venduti a prezzi decisamente competitivi. Nei prossimi anni diventerà assolutamente necessario puntare e rafforzare questo canale di commercializzazione – le imprese agricole ferraresi che vendono direttamente sono sul nostro sito regionale www.laspesaincampagna-emiliaromagna-cia.it – con la consapevolezza che la filiera cortissima non possa, da sola, risolvere il problema. Ma, insieme ad una fiscalità meno opprimente, potrebbe essere un primo importante passo per rilanciare il settore agricolo e favorire i consumi di qualità a buoni prezzi.»

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