La filiera del caffe’ sfugge alla globalizzazione

La filiera del caffè è una delle pochissime, se non l’unica, ad essere sfuggita dal fenomeno della globalizzazione. Il bar continua ad essere immune dalle grandi catene; non esiste un format unico di caffetteria in Italia; la miscela venduta al barista continua ad essere quella torrefatta in Italia. Solo se si riuscirà a mantenere e preservare questo schema il prezzo del caffè potrà essere immune, nei limiti delle leggi di mercato, agli aumenti. Il dato è emerso ieri durante la tavola rotonda “La filiera del caffè tra Scilla e Cariddi” organizzata da Fipe a SAPORE (manifestazione dedicata al food & beverage extradomestico che si chiude oggi a Rimini Fiera).Il costo del caffè al consumatore, come denuncia la ricerca del centro studi Fipe basata su dati Istat, è differente nelle tre macroregioni italiane, ma raggiungere la cifra media di 84 centesimi con un aumento di valore dall’importatore al barista di circa otto volte. E così al Nord Est una tazzina si paga mediamente al bar 94 centesimi, al Nord Ovest 90, al centro 82 e al Sud o nelle isole 74. Se poi si consuma quello delle macchinette (Vending machine – che insieme alle macchinette per caffè presenti in ufficio raggiungono i 2,4milioni di macchine) il prezzo scende ancora del 50%. A rincuorare i consumatori può intervenire un dato: tra i prodotti consumati al bar è uno di quelli che ha subito negli anni i minori aumenti. Mentre l’inflazione negli ultimi 10 anni è stata in totale del 23,9% l’incremento del costo del caffè è cresciuto del 25,3%. L’aumento reale è stato dunque dell’1,4%. Mediamente nei 120mila bar italiani vengono preparati 173 caffè e 61 cappuccini. A livello di tipologia di offerta, la parte del leone la fanno ancora i bar tradizionali (51,7%); a seguire quelli nei centri commerciali, stazioni di servizio e stazioni ferroviarie.Durante la Tavola rotonda Edi Sommariva, Direttore Generale Fipe-Confcommercio ha evidenziato le principali criticità che emergono nella vendita del caffè al bar. “Per mantenere la libertà di determinazione del prezzo va ripensata tutta la filiera. Bisogna evitare che la speculazione sul prezzo del caffè verde (commodity) ricada poi su quanto pagato al bar. Ma bisogna anche che il torrefattore ripulisca il prezzo di vendita del caffè ai bar di tutti i costi impropri”. Ovvero dal dare agli esercenti in comodato d’uso macchina per fare il caffè, macinino, tazzine…A confermare che il prezzo del caffè al bar non è cresciuto è stato anche Carlo Pileri, Presidente ADOC che ha però ammonito: “essendo un prodotto sensibile, ad alta frequenza di consumo, può far da volano all’aumento di tutti gli altri beni. Quando si tocca il prezzo della tazzina il consumatore ha la sensazione dell’aumento generale dei prezzi (inflazione percepita ndr). Questo avviene anche perché il caffè è un simbolo. E’ dunque fondamentale non intervenire sul prezzo di vendita”.
Antonio Quarta, Presidente Associazione Torrefattori ha però rispedito al mittente la provocazione secondo cui l’aumento dei prezzi dipenda da loro: “il temuto aumento del prezzo della tazzina non può arrivare dalla miscela, che incide sul prezzo finale in modo del tutto marginale. I rincari possono invece arrivare dal costo della vita generale (affitti dei locali, acquisto di arredamenti, ecc., ndr)”. Ha però ammonito dal non abbassare la guardia per quel che riguarda la qualità della miscela. Mentre “la Moka livella la qualità del prodotto finito” ha ricordato, “le macchine professionali esaltano gli aromi della miscela. E’ dunque necessario scegliere le migliori”.Alessandro Polojac, Presidente Comitato italiano caffè, ha ricordato che “il prezzo non è escluso che possa crescere, anche perché i Paesi produttori stanno diventando anche consumatori di caffè”. Il che significa che le scorte mondiali stanno iniziando a diminuire con possibili ripercussioni sui prezzi.

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