La Pecora Moscia del Salento leccese non può scomparire!

Nel Salento leccese ci sono 24.523 ovini che producono quasi 25mila quintali di latte che oggi danno un reddito di circa 1 milione e 500 mila euro.I pastori del Salento leccese producono il latte che, quando va bene, vendono a 60 centesimi di euro al litro.Noi dobbiamo tutelare e difendere la pecora Moscia del Salento leccese perchè è dall’allevamento e dall’agricoltura che i nostri antenati hanno tratto di che vivere e grazie a queste attività si è organizzata la società così come la conosciamo noi.
Vanno dal capo del governo i pastori d’Italia, i pastori del 2010 che si prendono cura di 70mila allevamenti italiani dove sono allevate quasi 7 milioni di pecore.La pecora è il nome comune degli Artiodattili Ruminanti (famiglia dei Bovidi, sottofamiglia dei Caprini) del genere Ovis, cui appartengono, tra gli altri, oltre alla pecora domestica (Ovis aries), l’argali (Ovis ammon), il muflone (Ovis musimon) e la pecora delle Montagne Rocciose o bighorn (Ovis canadensis).I pastori del 2010 si occupano delle loro pecore che in cambio gli fanno il dono del latte che poi , quando va bene, loro vendono a 60 centesimi di euro al litro.
I pastori non ce la fanno con così poco, ci vuole di più per produrre il latte! E poi due anni fa gli davano 75 centesimi di euro al litro e cioè il 25 per cento in più rispetto ad oggi! E le pecore il latte lo fanno per gli agnelli, che che sono un altro dono ai pastori, ma siccome gli agnelli nascono in tutto il mondo ecco che con la globalizzazione vengono portati in Italia, e vengono spacciati come agnelli italiani, anche se provengono dalla Nuova Zelanda o dai paesi dell’Est, per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine a differenza di quanto avviene per la carne bovina.
La produzione media di latte per pecora è di circa cento litri all’anno con una produzione nazionale complessiva che è di 7 milioni di quintali. La prima regione di allevamento in Italia è la Sardegna con 3 milioni di quintali, Sicilia con 700mila quintali, il Lazio con 600mila, la Toscana con 500mila.Nel Salento leccese ci sono 24.523 ovini (Fonte: Istat-2002) che producono quasi 25mila quintali di latte che oggi danno un reddito di circa 1 milione e 500 mila euro. Troppo poco per le spese sopportate dai pastori del nostro territorio.Potreste dirmi che vi dispiace ma che non è un vostro problema, che è cosa che riguarda i pastori. Invece è cosa che riguarda tutti noi! E’ grazie ai nostri antenati che cominciarono ad allevare gli animali che c’è stato il progresso che ci fa vivere così come viviamo oggi.Abbiamo dimenticato che l’allevamento del bestiame è probabilmente stato avviato circa 9000 anni fa, quando gli insediamenti umani erano troppo popolosi perché caccia e raccolta potessero soddisfare le esigenze nutrizionali della popolazione.Ma come fecero i nostri antenati a ottenere la domesticazione di ovini e caprini?
Per prima cosa seguirono i branchi di ungulati per la caccia; poi li tennero sotto controllo radunando i branchi di ungulati selvatici per esempio nei pressi di fonti d’acqua e poi hanno selezionato gli individui che più tolleravano l’uomo.
La scelta della pecora non è casuale poiché sia le pecore che le capre selvatiche hanno struttura sociale organizzata in gerarchia, hanno un home range (area che gli animali frequentano in cerca di cibo) ma non difendono un territorio (area che gli animali difendono attivamente dai conspecifici) tanto quanto le gazzelle o i cervi. Queste sarebbero le ragioni principali che ne hanno fatto i progenitori di animali domestici. Ma potereste chiedervi: quando sono state addomesticate le pecore? I resti più antichi che sono pervenuti risalgono a siti archeologici di Israele e Iraq (datati 8000 a.C.) e poi in Grecia.
E cosa distingue le pecore domestiche da quelle selvatiche? Quali sono i caratteri che indicano la domesticazione della pecora?
Possiamo coglierli osservando l’alterazione della forma delle corna con l’assenza nelle femmine, la capacità di accumulo di grasso, la presenza di vello lanoso e chiaro e l’assenza di giarra ed infine la struttura sociale basata su gerarchia di dominazione. Questi caratteri sono già presenti nell’iconografia mesopotamica (3000 a. C.) e egizia (prima del 2000 a. C.). Tali prove dimostrano che probabilmente la pecora è stata resa domestica prima della capra.
La “Worldwatch List” della FAO descrive con accuratezza la formazione “storica” delle razze degli animali domestici. Ad eccezione del cavallo, reso domestico nell’Europa dell’Est, la maggior parte delle specie animali domestiche utilizzate in Europa e nel Mediterraneo furono addomesticate in Medio Oriente, e poi diffuse attraverso le conquiste militari e le migrazioni. Ma fu soprattutto nel Medioevo che gli animali di ogni nazione divennero localmente tipici.
Le varietà locali furono selezionate in base ai tipi di colore, alla produttività e all’ambiente in cui vivevano. Sebbene non altamente produttivi, essi si erano adattati bene alle condizioni locali. Nel territorio del Salento leccese si è affermata la razza Moscia leccese. Nei trattati si scriveva che la razza di pecore Moscia della zona di Lecce, produce lana ricercata per materassi e fabbricazione di tessuti grossolani e che è pregevole anche per la produzione di latte. Può essere di due varietà: bianca e nera. I piccoli allevamenti stanziali sono costituiti per lo più da pecore di razza leccese a lana moscia.
La pecora Moscia leccese deriverebbe dagli ovini di razza asiatica o siriana del Sanson (ovis aries asiatica) e precisamente dal ceppo di Zackel. Dalla pecora Moscia originaria si sono diversificate nel corso degli anni due razze a diversa attitudine produttiva: l’Altamurana, a vello bianco e a preminente produzione di lana e la Leccese a prevalente produzione di latte, con faccia e arti a pigmentazione scura, che costituisce una protezione nei confronti dell’Hipericum crispum (erba tossica) molto diffusa nel Salento e il cui contatto procura dermatite nei soggetti con pelle rosata. La consistenza numerica della razza supera i 180.000 capi e la dimensione media, anche se esistono pochissimi allevamenti di dimensioni superiori, si aggira sui 70-150 capi, generalmente tenuti con forme di allevamento semibrado. L’indirizzo di miglioramento tende alla produzione del latte anche ai fini di un incremento della produzione ponderale negli agnelli. Della Leccese, poi, se ne distinguono tre tipi: leggero, medio e pesante, (quest’ultimo il più diffuso). Il tipo gigante deriverebbe dall’incrocio del genotipo medio-piccolo con arieti di razza bergamasca.Storia e archeologia, ma anche fauna e paesaggio, il cui valore è riconosciuto a livello europeo, non possono essere spazzati via da un problema di prezzo del latte e per gli agnelli che si spacciano per italiani.
Mi sento di fare attraverso questa nota un invito rivolto a tutti i cittadini e agli amministratori pubblici del Salento, ad una «riflessione» perché sia salvaguardato e tutelato questo nostro lembo di terra: è un dovere che abbiamo verso i nostri figli e le nuove generazioni. Noi dobbiamo tutelare e difendere la pecora Moscia del Salento leccese perchè è dall’allevamento e dall’agricoltura che i nostri antenati hanno tratto di che vivere e grazie a queste attività si è organizzata la società così come la conosciamo noi.
di Antonio Bruno

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