L’agricoltura dell’Italia del Nord dieci anni dopo. Calano le aziende, aumenta la dimensione

Un comparto in rapida trasformazione, con forte capacità produttiva, progressiva concentrazione dei terreni, crescente specializzazione dell’imprenditoria e buona competitività. Questo è il ritratto dell’agricoltura dell’Italia del Nord che emerge dai risultati definitivi del 6° Censimento Generale dell’Agricoltura che danno un quadro dettagliato ed esaustivo della struttura agricola nazionale e della sua evoluzione nel tempo, con particolare attenzione ai cambiamenti avvenuti in termini di numero e dimensioni delle aziende agricole, forma giuridica e tipo di conduzione, struttura fondiaria, composizione e caratteristiche della forza lavoro e dell’imprenditoria.
Il primo dato significativo riguarda il calo del numero delle aziende agricole attive. Nell’Italia del Nord la diminuzione si è attestata al 21%, un valore consistente ma sensibilmente più contenuto rispetto alla media nazionale (-32,4%). La diminuzione è stata ancora più marcata nel settore zootecnico, dove sono scomparse il 33,3% delle aziende con allevamenti del Nord, rispetto al 41,3% del resto del Paese. La distribuzione delle aziende per classi di superficie mostra tuttavia come a scomparire siano state prevalentemente le piccole aziende con meno di 20 ettari. La superficie agricola delle aziende fuoriuscite dal settore è stata in gran parte acquisita da aziende di media e grande dimensione che hanno visto in questo modo crescere la propria SAU. La conseguenza di questa dinamica strutturale è un aumento della dimensione media aziendale che al Nord passa da 8,3 a 11,5 ettari.
La struttura agricola e zootecnica italiana, pur continuando a basarsi su unità aziendali di tipo individuale o familiare (96,1%), nelle quali la gestione diretta dell’azienda da parte del conduttore e dei suoi familiari rappresenta la forma prevalente (95,4%), mostra significativi segnali di cambiamento. Aumentano, infatti, le aziende gestite da società di persone, di capitali o cooperative, che al Nord sono oltre 33mila e rappresentano l’8,5% (nel 2000 erano il 4,3%). Altro dato rilevante riguarda la struttura fondiaria che risulta molto più flessibile rispetto al passato, grazie al maggior ricorso a forme di possesso dei terreni diversificate e orientate sempre più all’uso di superfici in affitto o gestite a titolo gratuito. La quota da SAU in affitto ed uso gratuito, infatti, passa nelle regioni del Nord dal 33 al 46%, contro il 38% della media nazionale.
Modifiche rilevanti si registrano anche nel management aziendale, i capi azienda sono mediamente più giovani, con livello di istruzione più elevato e specializzato. In particolare nel Nord la quota di capi azienda che ha conseguito titoli di studio ad indirizzo agrario è il 7,7% contro il 4,2% dell’Italia nel complesso.
Passando all’analisi della composizione della forza lavoro, dai dati emerge che i 3/4 della manodopera aziendale è di tipo familiare ed i 2/3 di genere maschile. Rilevante è la presenza degli stranieri in particolare tra la manodopera salariata. In complesso sono 220mila i lavoratori stranieri (su di un totale di 3,8 milioni) di cui la metà, circa 114mila è occupata in aziende del Nord. Tra i salariati, gli stranieri sono il 24,7%. Tale quota raggiunge il 45,2% nel Nord.
Complessivamente si registra una diminuzione del 23% delle giornate di lavoro rispetto al 2000 (al Nord -21%), ma mentre in Italia aumenta la quota delle giornate di lavoro dei salariati, nel Nord aumenta il lavoro a carico dei familiari. E’ importante sottolineare tuttavia come la diminuzione delle giornate di lavoro sia maggiore rispetto a quella della SAU e delle Unità Bovine Adulte (UBA) con la conseguente forte crescita della produttività sia in Italia che nelle regioni del Nord. Infatti, per lavorare uno stesso ettaro di terra nel 2000 si sono impiegate 24,8 giornate di lavoro, mentre nel 2010 solo 19,5.
Infine, considerando la Produzione Standard che è un valore espresso in Euro stimato dall’Eurostat sulla base degli ettari coltivati e dei capi allevati, l’Italia, con un valore pari a 30.514 euro per azienda, si posiziona sopra la media comunitaria (pari a 24.366 euro). Anche in questo caso è da segnalare la buona performance delle aziende del Nord Italia che fanno registrare un valore di questo indicatore più che doppio di quello nazionale (64.495 euro) ed a livello dei maggiori Paesi del Nord Europa.
Proprio dal confronto con le altre realtà internazionali, il 6° Censimento dell’Agricoltura evidenzia come l’Italia sia il secondo Paese all’interno dell’Unione Europea per numero di aziende agricole, seconda solo alla Romania. In termini di SAU, però, il nostro Paese scende al 7° posto. La stessa posizione occupa l’Italia nel settore zootecnico, misurato in termini di UBA. Le dimensioni medie aziendali nonostante, come è emerso, tendano a crescere (7,9 nel 2010), rimangono però tra le più basse d’Europa ed inferiori alla media comunitaria (pari a 14,3). Anche il numero di UBA per azienda (zootecnica e non) in Italia (6,1) è inferiore alla media comunitaria (10,9) pur se è da sottolineare che il dato di questo indicatore per in Nord (17) è, invece, superiore alla media UE. Se si considerano le UBA relative alle sole aziende zootecniche, sia l’Italia che il Nord si collocano al di sopra della media comunitaria a conferma di una forte concentrazione dei capi allevati nel nostro paese con conseguenti negativi impatti ambientali sul territorio.

Un Commento in “L’agricoltura dell’Italia del Nord dieci anni dopo. Calano le aziende, aumenta la dimensione”

  • preventivo agricoltura scritto il 17 dicembre 2012 amlunedìMondayEurope/Rome 9:18

    purtroppo ci sono solo più poche persone che vogliono lavorare con gli animale per l’impegno che danno e quei pochi che lo fanno cercano di ingrandirsi più che possono per avere maggiori guadagni.

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