Latte: Confagricoltura, urgente redistribuire il valore nella filiera

Negli allevamenti bovini i costi continuano a crescere (Secondo i dati Ismea +14% nel primo trimestre 2011 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un picco del 22% per i costi di alimentazione), mentre l’avvicinarsi della fine del sistema delle quote latte, prevista per il 2015, delinea il rischio di una ulteriore liberalizzazione del mercato, con situazioni diverse dalle attuali.
La crisi che nel 2009 ha pesato sul settore evidenzia la necessità di creare nuove regole per garantire una stabilità del mercato dell’UE e una difesa della redditività degli allevatori, da qui la discussione sul “pacchetto latte” che dovrebbe favorire l’aggregazione dell’offerta, risultata, ancora una volta, l’anello debole della filiera, a causa del suo scarso potere contrattuale.
Le preoccupazioni degli allevatori sono aumentate alla luce delle possibili evoluzioni del settore della trasformazione e quindi del mercato nazionale ed europeo. “Per il latte auspichiamo – dice il presidente di Confagricoltura, Mario Guidi, al convegno organizzato a Cremona da Fai, Flai e Uila – un intervento ‘alla francese’ che regolamenti in modo molto più stringente le relazioni di filiera nella fase finale della messa in commercio dei prodotti, evitando che si possano determinare per i trasformatori condizioni perdenti, che inevitabilmente ricadrebbero sui produttori del settore primario”.
E Confagricoltura indica in un documento gli snodi del percorso da seguire
1. Obbligare la contrattualizzazione del prodotto (Troppo spesso le consegne di latte non sono regolamentate da contratti il che mette gli allevatori in balia degli acquirenti e, visti i tempi di pagamento spesso troppo dilazionati nel tempo, può succedere che il prezzo venga adattato, mesi dopo la consegna, alle variazioni dei listini di mercato o alla previsione di vendita del prodotto trasformato).
2. Compattare l’offerta in modo da aumentare il potere di contrattazione (ovvero dar modo ai produttori di aggregarsi anche per la firma dei contratti, con maggiore forza contrattuale).
3. Programmazione delle produzioni (Questo per favorire una maggiore stabilità dei prezzi di mercato e garantire una redditività all’allevatore, soprattutto in considerazione della possibilità di superare il sistema delle quote latte).
4. Garantire una maggiore trasparenza sulla formazione del prezzo (All’inizio degli anni 80 il prezzo alla stalla rappresentava il 65% di quello al consumo, oggi ne costituisce il 25%. E’ necessario far chiarezza sulla formazione del prezzo dalla produzione fino al consumatore finale).
5. Creare indicatori dell’evoluzione dei mercati e dei costi di produzione (Strumenti di indicizzazione dei listini sono utili per chiarire gli andamenti di mercato e favorire una equilibrata contrattazione del prezzo di vendita del latte, soprattutto se vengono inseriti nel calcolo i costi di produzione che l’allevatore deve sostenere e che incidono sulla redditività aziendale).
6. Creare equilibrate regole di mercato che tutelino da situazioni di oligopolio (La vicenda Parmalat-Lactalis sta facendo emergere questo problema e, dato che la Commissione europea con il “pacchetto latte” sta limitando la possibilità di aggregazione dell’offerta per garantire la libera concorrenza, dovrebbe valutare anche i limiti di aggregazione della domanda).
7. Accelerare i tempi di pagamento per prodotti che hanno un’alta deperibilità (Lo Stato italiano con il D.L. 231 del 9 ottobre 2002 stabilisce che “per i prodotti alimentari deteriorabili, il pagamento del corrispettivo deve essere effettuato entro il termine legale di sessanta giorni dalla consegna”, questo termine appare eccessivo per il latte fresco, la cui deteriorabilità è di pochi giorni).
8. Garantire la tracciabilità di tutto il latte commercializzato, non solo di quello fresco, e dei formaggi (Passaggio indispensabile per evitare carenze di trasparenza nell’insieme della filiera).
9. Alleggerire le aziende da pratiche burocratiche che ne rallentano l’efficienza e aumentano i costi di produzione. (Secondo alcune stime grezze negli ultimi mesi il tempo che in ogni impresa agricola si deve dedicare alla burocrazia dovrebbe aver superato le 100 giornate di lavoro annue individuate nel 2009).

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