Laurea? no , grazie, meglio blogger, fooder e chef

dolci belli romanticiLaurearsi e lavorare da avvocato o da architetto, poi accorgersi che non è la strada della propria vita. Allora aprire delle start up e cambiare completamente mestiere, per dedicarsi alla cucina o all’agroalimentare. Sono le storie parallele di due giovani donne trevigiane che, attraverso le loro esperienze, sanciscono il diritto al ripensamento e dimostrano come l’autoaffermazione personale, prima che professionale, non avvenga sempre lungo percorsi formativi già stabiliti in tenera età e seguiti senza dubbi fino in fondo. Il primo caso è quello di Stefania Sorbara, laurea in legge conseguita pensando ad un pressoché scontato inserimento nel prestigioso studio fondato dallo zio, principe del foro trevigiano del secolo scorso. Iter universitario concluso con successo e senza ritardi ma che lascia lo strascico di un “senso di noia mortale della materia. Tutto mnemonico – spiega Sorbara – e, soprattutto, come ho potuto capire con le prime esperienze in studio, radicalmente sganciato dal lavoro che avrei dovuto fare”. La passione per la cucina e per le cene organizzate per gioco per pochi amici, intanto, le insinuano il sospetto che al mondo ci sia di meglio da fare che consultare codici. Una scuola serale per cuochi, un blog e un piccolo servizio catering fondato con due amiche, trasformano il dubbio in convinzione, un paio di esperienze in ristoranti più o meno stellati e, soprattutto, una stagione nella cucina dei battelli per i cicloturisti che risalgono il Po da Venezia a Mantova rendono la svolta inevitabile. “E’ stata un’esperienza magnifica. Cucinare senza chiudersi in un ristorante, proprio il mio sogno”. Infine un profilo su Linkedin ben piazzato e l’offerta di un lavoro stabile e non più stagionale. Oggi Stefania Sorbara è “Corporate chef”, cioè cuoca aziendale, per una nota azienda trevigiana che produce strumenti per cucine professionali. “Spiego le macchine ai clienti, cucino per loro, viaggio, organizzo eventi. No, per i tribunali nessun rimpianto”. Produrre marmellate dai sapori come melograno e pistacchio, pesche bianche e rosmarino, fichi, vaniglia e rhum, nel suo piccolo laboratorio di Monfumo (Treviso), è l’impegno full time di oggi di Maddalena Giandomenico, architetto di 36 anni fino a poco tempo fa al servizio di uno studio di architettura newyorkese di 60 dipendenti. Disegnava spazi per il nuovo World Trade Center e negozi nelle vie centrali del lusso, mentre il marito trevigiano faceva il designer di calzature per un’altra società. Un giorno, nel settembre del 2008, Lehman Brother’s fallì trascinando il mondo nella crisi finanziaria, non ancora conclusa, e in poche settimane i due si trovarono senza lavoro. Giandomenico si ricordò allora di due ettari di suolo appartenuti al nonno agronomo sulle colline asolane, decidendo di mettere a dimora 700 piante da frutto scegliendole fra le meno comuni e più “antiche”. Quindi, riprendendo una capacità domestica personale di preparare marmellate e confetture, due anni fa fonda una Start-up, “Le Monfumine”. Poca cosa, ancora, per il fatturato che realizza, ma le accelerazioni sono ben visibili specie sfruttando i canali dell’e-commerce. “E’ uno dei modi attraverso i quali – sostiene l’imprenditrice, neoeletta presidente del gruppo Giovani di Confagricoltura Treviso – i giovani possono portare nuova linfa in un sistema lavorativo che ha bisogno di essere svecchiato”. Matite e tecnigrafi addio, pure in questo caso senza nostalgie. fonte ansa

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