Lav: il dossier sui veri costi della carne

Per la prima volta in Europa, la LAV ha analizzato e stimato i veri e complessivi costi del ciclo di produzione della carne, analizzando tutti gli impatti – ambientali, economici, salutari, etici – che questa produzione genera, secondo i più importanti studi internazionali degli ultimi anni. Il Rapporto “I costi reali del ciclo di produzione della carne” , curato da Gaia Angelini e consegnato al Ministro dell’Ambiente Clini, è stato presentato oggi a Roma, a poche ore dall’inizio della Conferenza ONU Rio+20 dove si discuterà di cambiamenti climatici, di green economy, di obiettivi mancati e di interventi da mettere in atto. Sulla base di tale analisi, la LAV avanza una serie di proposte per una nuova politica alimentare “sostenibile”, attuabile subito sia dai Governi che dalle singole famiglie. L’Unione Europea (UE) è il più grande importatore ed esportatore mondiale di prodotti zootecnici e il primo importatore mondiale di prodotti zootecnici dai paesi in via di sviluppo[1], è il terzo produttore[2] mondiale di emissioni di C02 dopo Cina e USA e, dunque, si conferma indiscusso leader politico globale per la lotta al cambiamento climatico.
Gli effetti considerati nel Rapporto LAV “I costi reali del ciclo di produzione della carne”, includono:
• acidificazione
• inquinamento ed eutrofizzazione delle acque
• cambiamento climatico
• cancerogenicità
• sfruttamento delle risorse naturali
• utilizzo di energia non rinnovabile
• inquinamento atmosferico
La nuova politica alimentare “sostenibile” in 10 punti
L’industria zootecnica deve essere oggetto di profondi cambiamenti che non rappresentano solo una trasformazione di processi industriali, ma una profonda revisione dei modelli alimentari finora orientati non in funzione delle esigenze alimentari e nutrizionali delle popolazioni, ma effetto di programmi di produzione industriale legate ad esigenze di crescita economica. Secondo la LAV è necessario adottare politiche di sostituzione della produzione delle proteine animali verso le proteine vegetali e l’eliminazione di sussidi lungo tutta la filiera zootecnica, che hanno determinato danni ambientali, economici, di benessere e alla salute dei cittadini. Tra le principali raccomandazioni che il legislatore nazionale e comunitario dovrebbero fare propri in una prospettiva collettiva di modello alimentare sostenibile:
1) riconvertire gli allevamenti intensivi che si basano su processi di tipo industriale
2) abolire i sussidi che incentivano la produzione di carne al fine di ridurne in modo significativo la produzione; incentivare la produzione di proteine vegetali per il consumo umano anziché per mangimi.
3) Abolire l’esportazione e importazione di animali vivi da paesi non-EU e i sussidi che li sostengono.
4) Promuovere tramite la Riforma della PAC, la produzione e il consumo di proteine vegetali anziché la carne come alternativa responsabile e sostenibile da un punto di vista ambientale, economico ed etico.
5) Dedicare alle proteine vegetali una linea di finanziamento nel quadro finanziario della PAC e spostamento dei sussidi alla carne verso le proteine vegetali, fino all’abolizione di qualsiasi contributo alla filiera zootecnica.
6) Effettuare studi tecnici internazionale indipendenti sulle emissioni di gas serra associate al ciclo di produzione della carne.
7) Includere le emissioni di CO2 del ciclo di produzione della carne nel sistema europeo di scambio dei diritti d’emissione e nei negoziati internazionali.
8) Fissare chiari obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 dal ciclo di produzione della carne.
9) Introdurre una tassa sulle emissioni di CO2 provenienti dalla zootecnia.
10) Introdurre una normativa di etichettatura e tracciabilità della carne e prodotti carnei in modo che i consumatori possano riconoscere senza sforzo la provenienza dell’animale, dove sia stato eventualmente trasportato, come e dove sia stato allevato, quanti chilometri abbia percorso in vita e dove sia stato ucciso e macellato. Inoltre l’etichettatura dovrà chiaramente specificare i metodi di allevamento utilizzati. Questo aiuterà a guidare i consumatori verso una scelta responsabile.

“La Conferenza Rio +20 deve essere l’occasione per un accordo imperniato su misure efficaci per una svolta sul futuro del nostro unico Pianeta, tramite la riduzione degli impatti degli allevamenti intensivi sull’ambiente e sugli animali – dichiara Paola Segurini, responsabile LAV Vegetarismo e Cambiamenu.it – Considerata la richiesta sempre maggiore di carne, come discutibile simbolo di raggiunto benessere, che proviene dai Paesi terzi, sta a noi consumatori, virare verso un deciso cambiamento di menu. Rio +20 deve essere il momento in cui le istituzioni – dopo centinaia di studi scientifici che lo confermano e lo consigliano – adottino politiche per un’alimentazione sostenibile su base vegetale”.
“L’insostenibilità economica, sanitaria, ambientale ed etica del modello alimentare basato sulla carne, non può essere corretta ricorrendo a delle soluzioni tecniche o tecnologiche perché esse sono inefficienti, molto costose e difficilmente applicabili ed esportabili a livello globale. Esiste invece già una soluzione semplice, accessibile e poco costosa: la promozione del consumo di proteine vegetali invece di quelle animali – afferma Roberto Bennati, vicepresidente della LAV – Ad esempio, si è calcolato che per produrre 1 kg di carne di manzo siano necessari 10 kg di mangimi e 15.500 litri di acqua e che la produzione di 1 kg di manzo emette tanta CO2 quanto un’automobile che percorre 250 Km (una distanza pari circa a quella tra Roma e Firenze). I 2/3 dell’energia consumata dal ciclo di produzione della carne proverrebbe dalla produzione e dal trasporto dei mangimi per animali”.
“Il ciclo della produzione di carne sfrutta il 30% delle terre emerse del Pianeta e il 70% delle terre agricole disponibili, contribuisce ad avere un impatto negativo sul clima e sull’ambiente, arrecando agli animali sofferenze e morte – prosegue Roberto Bennati – Non è dunque più ammissibile che la politica agricola europea, che pesa per circa il 40% sul bilancio annuale dell’UE, continui a premiare produzioni a bassa qualità e alti impatti globali invece di promuovere un modello produttivo orientato all’alta qualità, alla responsabilità e alla sostenibilità, che contempli anche la promozione di proteine vegetali come sostitutive a quelle animali. Il cambiamento nelle scelte alimentare ci coinvolge tutti, dai Governi alle singole famiglie, perché tutti noi ogni giorno portiamo in tavola alimenti che incidono sulla salute del Pianeta e di tutti i viventi”.

Produzione di carne ed emissioni inquinanti
Il ciclo di produzione della carne si distingue come la terza fonte di emissioni inquinanti (CO2) dopo le installazioni industriali/energetiche e i trasporti. Secondo un recente studio della Commissione Europea (2011) il settore “allevamento animali” (in cui si prendono in esame solo alcune delle fasi del ciclo produttivo), viene stimato responsabile per circa il 12.8% delle emissioni totali nell’UE. Altre stime suggeriscono che sia responsabile per una quota tra il 18% (FAO) e il 51% (World Watch Institute) delle emissioni di CO2. I prodotti di carne e latte sono stimati responsabili per il 24% dell’impatto ambientale cumulativo esercitato dai prodotti sul mercato europeo. Gli allevamenti sono responsabili per circa il 60% delle emissioni antropogeniche di ammoniaca, un gas che contribuisce alle piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi. Se la produzione di carne continuasse a crescere al ritmo attuale, le sue emissioni di CO2 raddoppierebbero entro il 2050, intralciando seriamente lo sforzo internazionale di riduzione di emissioni da gas serra provenienti dalle altre fonti. Secondo la FAO (2006; 2011) si allevano e si macellano circa 56 miliardi di animali ogni anno e il consumo di carne dovrebbe crescere del 73% entro il 2050.
Inoltre, la fabbricazione di mangimi, l’allevamento, la macellazione degli animali vivi e la distribuzione di prodotti carnei, sono attività che incrementano il trasporto globale ed europeo e quindi le emissioni di CO2. Attualmente non sembra esistere una valutazione complessiva di questo tipo di trasporti, ma alcune indicazioni sono presenti in alcuni recenti rapporti tecnici. Il trasporto totale in Europa produce circa 992.3 milioni di tonnellate di CO2. Aggiungendo a questo dato il trasporto marittimo e aereo si raggiunge la cifra di 1297 milioni di tonnellate CO2 all’anno. Il trasporto rappresenta il 19% delle emissioni totali di CO2 nell’UE.

Bovini ad alto impatto ambientale
Tra le varie tipologie di carne, è quella bovina ad avere un maggiore impatto ambientale: da 4 a 8 volte superiore a quello del pollame e 5 volte superiore a quello dei suini. La quantificazione in termini monetari dell’impatto cumulativo di carne e prodotti lattiero-caseari è stimata a 250 miliardi di Euro, con tutti i limiti e le incertezze di tale monetizzazione.

Impatto su acqua e suolo
L’inquinamento del suolo derivato dagli allevamenti si ripercuote sulle falde acquifere sotterranee. La FAO ha calcolato che in Europa il settore della produzione della carne ha utilizzato nell’anno 2000 circa 13 milioni di tonnellate di fertilizzanti sintetici. Nell’agricoltura EU quasi il 50% delle immissioni di nitrati nel suolo derivano dai fertilizzanti chimici, mentre il 40% deriva dai liquami animali.
L’allevamento intensivo è una delle attività che impiega più acqua al mondo. L’utilizzo di acqua da parte degli allevamenti salirà del 50% entro il 2025, contribuendo in maniera significativa alla scarsità idrica mondiale del prossimo decennio. La produzione di 0.2 kg di carne di bovino si può tradurre nell’utilizzo di 25.000 litri di acqua. Si stima che negli Stati Uniti nel 2007 il sistema di allevamento ne abbia utilizzato, per tutte le fasi di produzione di carne, più di 14.687 milioni di litri al giorno. Un bovino adulto da allevamento può bere in media tra i 30 e i 50 litri di acqua al giorno e un suino circa 10 litri. La necessità di acqua cambia anche in funzione della temperatura in cui l’animale vive e dei sistemi di allevamento. Il ciclo della produzione di carne utilizza l’acqua in varie fasi: abbeveramento degli animali; pulizia delle installazioni e degli allevamenti. Si sparge inoltre acqua anche sulle carcasse animali per motivi igienici (la quantità può variare dai 6 ai 15 litri per carcassa di un grande animale).
Inoltre, nell’allevamento estensivo il 25% del fabbisogno di acqua proviene dal mangime. Questa quota si può ridurre fino al 10% nel caso dell’allevamento intensivo. La Commissione Europea sta elaborando una nuova politica UE sull’utilizzo dell’acqua che dovrebbe entrare in vigore nel 2012.

Rischi sanitari
La carne che si consuma oggi è un prodotto inquinante globalizzato, veicolo di epidemie mondiali che colpiscono gli animali e l’uomo. I costi per la prevenzione e il contenimento di epidemie possono salire facilmente a miliardi di euro e causare l’abbattimento di milioni di animali, specie negli allevamenti intensivi, dove la propagazione di virus è facilitata. Tutto ciò a spese dei cittadini europei.
Le emergenze sanitarie dovute a malattie zootecniche, come l’afta epizootica o l’influenza aviaria, hanno avuto ripercussioni sulla produzione globale di carne che si è evoluta su alcune specie invece che verso altre. Le epidemie zootecniche provocano delle conseguenze notevoli sul mercato globale della carne, in quanto si propagano molto più rapidamente negli allevamenti industriali intensivi.
In Italia, gli allarmi di diffusione della BSE (mucca pazza), SARS e influenza Aviaria (periodo 2001-2007) sarebbero costati circa 550 milioni di euro, di cui 443 milioni di euro per la BSE (tra questi più di 233 milioni di euro solo per la distruzione delle carcasse bovine). Nel 2001, i costi della diffusione della malattia della mucca pazza solamente in Gran Bretagna sono stati stimati intorno ai 20 miliardi di euro e hanno comportato l’uccisione di circa 7 milioni di animali, mentre la diffusione della SARS in Cina, Canada, Hong Kong e Singapore è costata tra i 30 e i 50 miliardi di euro. La diffusione dell’influenza aviaria, che ha coinvolto anche l’Europa nella metà del decennio 2000 (1999-2004), ha condotto alla soppressione di 220 milioni di uccelli e provocato la morte di più di 60 persone. E’ stato calcolato che l’inquinamento e le malattie provocati dall’allevamento costano, per esempio, allo Stato Olandese circa 27 milioni di dollari all’anno; le perdite economiche legate alla malattia dell’afta epizootica solamente in Gran Bretagna ammontano a 8 miliardi di dollari, mentre quelle globali associate alla BSE sono stimate in 20 miliardi di dollari.
Il consumo di carne, specie carne rossa (bovini, suini, agnelli) è stata associata allo sviluppo di alcune malattie umane come il cancro. Inoltre il consumo di carne che proviene da allevamenti intensivi ha delle potenzialità tossiche elevate in quanto contiene residui di fertilizzanti, pesticidi ed antibiotici. Conservanti sono inoltre presenti quando la carne viaggia lunghe distanze prima di raggiungere il consumatore. L’Istituto Nazionale sul cancro degli Stati Uniti ha rilevato una connessione tra il rischio del cancro negli umani e il consumo di carne rossa cotta ad alte temperature. Un rapporto del 2003 dell’Organizzazione Mondiale della Salute ha sottolineato l’esistenza di diversi studi internazionali che hanno dimostrato l’associazione tra consumo pro capite di carne e mortalità per cancro.

Un mercato “drogato” dai sussidi
Il business della produzione animale in Europa è un mercato “drogato” dai sussidi, diretti e indiretti, che generano impatti negativi e costi addizionali per la collettività. Le produzioni proteiche vegetali sostenibili per consumo umano non beneficiano affatto delle stesse sovvenzioni della carne, nonostante il loro impatto sull’ambiente sia minimo e la loro resa produttiva maggiore.
La struttura finanziaria della PAC incentiva l’allevamento intensivo come metodo di efficienza industriale che vede gli animali rinchiusi in spazi angusti e organizzati alla stregua di “macchine” da produzione. Tali istallazioni sono tutt’altro che efficienti: sono molto onerose, ma sostenute con finanziamenti pubblici. Queste sono anche a rischio costante di diffusione di epidemie, con tutti i costi economici e di abbattimento animale a carico della collettività che ne conseguono.
Nel 2010 il New York Times riportava come i sussidi USA nel campo alimentare fossero inversamente proporzionali alle raccomandazioni scientifiche sulla nutrizione, con il 73,80% dei sussidi federali agro-alimentari stanziati per la produzione di carne e solo circa il 2% per legumi, frutta e verdura. Una situazione simile sembra registrarsi in Italia, dove per influenza dei sussidi della PAC alla carne, il prezzo di frutta, verdura e legumi è superiore a quello della carne.
Le politiche agricole globali negli ultimi 20 anni hanno stimolato l’incremento della produzione e consumo di proteine animali e la diffusione del metodo dell’allevamento intensivo (industriale), precedentemente inesistente. E’ stato calcolato che nel 2002 più del 60% del budget agricolo europeo (che da solo rappresenta circa il 40% del budget UE) è stato speso in progetti relativi alla produzione animale. L’allevamento per la produzione di carne e latte per il mercato globale è dunque un business industriale mantenuto artificialmente attivo dai sussidi governativi dei paesi industrializzati.
Troppo poco spazio – secondo la LAV – è dedicato alla promozione della coltura di proteine vegetali per consumo umano nella PAC. In Europa la percentuale di terre coltivate a legumi costituisce il 3% delle terre coltivate nell’Unione Europea, con una variazione negli Stati Membri tra l’1% e il 5%. Il 70% di prodotti proteici vegetali sul mercato UE sono importati soprattutto dal Sud America e dagli Stati Uniti, la quasi totalità è destinata alla produzione di mangimi.

3 Commenti in “Lav: il dossier sui veri costi della carne”

  • Guido scritto il 20 giugno 2012 pmmercoledìWednesdayEurope/Rome 14:28

    “…allevamenti sono responsabili per circa il 60% delle emissioni antropogeniche di ammoniaca, un gas che contribuisce alle piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi…”. Ecco. basta questo a qualificare il pezzo. L’ammoniaca è alcalina, bestie! Il resto è sullo stesso livello.
    Sono solo d’accordo – completamente! – sull’abolizione dei sussidi, ma deve valere anche per l’agricoltura, compresa quella “bio”, per il fotovoltaico, per le rottamazioni. Siete sicuri che è quello che volete?

  • UNA Cremona scritto il 23 giugno 2012 amsabatoSaturdayEurope/Rome 7:49

    Innanzitutto, un paio di segnalazioni per colmare le pressochè inesistenti informazioni contenute in questo articolo in merito alle condizione degli animali allevati: http://www.fabbrichedicarne.net e http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=vTk4I38CLj0. Detto questo, noi chiediamo la cessazione di ogni tipo di sfruttamento degli animali, non riconversioni, limitazioni ecc. E comunque, il problema non è solo l’allevamento per la carne, ma anche quello per la produzione di uova e di latticini: anche questi animali vivono in condizioni terribili, costretti a produrre come se fossero macchine e quando il ritmo non è più conveniente, finiscono al macello! Senza dimenticare che anche i pesci sono esseri senzienti. Noi consigliamo dunque un’alimentazione vegana, che escluda ogni sofferenza di un animale dal proprio piatto.
    UNA Cremona (Uomo-Natura-Animali)

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