Lo Stato vendera’ i suoi terreni agricoli alle imprese ?

Sei miliardi di euro: è questa la cifra, molto approssimativa, stimata per una eventuale vendita alle imprese agricole dei terreni di cui è proprietario lo Stato. Il governo ha compreso che le dismissioni sono una fonte utile di risorse finanziarie, anche se si sta parlando più diffusamente di patrimoni pubblici di stampo immobiliare e societario. Lo scrive Simone Ricci su “Il Journal “. La Coldiretti ha intravisto alcuni vantaggi in questa operazione, tanto che sta chiedendo a gran voce di velocizzare la cessione di ben 338mila ettari di terreni agricoli; in particolare, oltre al denaro citato in precedenza, si potrebbe ottenere un tariffario meno agitato, una crescita e un’occupazione migliori e una più alta redditività delle aziende. L’associazione è intervenuta in seguito alle affermazioni di Daniele Franco, capo-economista della Banca d’Italia, il quale aveva auspicato tempi brevi per le dismissioni di immobili e cespiti. Il calcolo di questi sei miliardi deriva dall’ultimo censimento agricolo, effettuato proprio lo scorso anno: gli ettari di proprietà pubblica sono proprio 338mila e il valore medio della terra è stato misurato in oltre 18mila euro per singolo ettaro. Si tratta della cosiddetta “superficie agricola utilizzata”, la quale viene spesso calcolata senza tenere conto di boschi e altre forme di gestione agricola. C’è però bisogno di alcune precisazioni. Lo sviluppo italiano può sicuramente essere favorito dall’agricoltura, ma tutti questi terreni non sono uguali tra di loro, anzi ci sono casi di valutazioni molto basse (circa mille euro) fino a quelle più elevate dell’Italia settentrionale (un milione di euro per ettaro). Un altro problema da risolvere è la ricerca capillare dei terreni: dove si trovano esattamente? Il censimento è ancora una volta utile e mette in luce come ben 56mila ettari si trovino in Piemonte, con il “podio” ideale che viene completato dal Lazio e dal Trentino. Il settore primario deve evolversi al più presto e non rimanere ancorato ai modelli di due secoli fa: questo vuol dire che le imprese non devono operare solamente per produrre cibo, ma sfruttare anche altre soluzioni, quali la produzione di energia. Tra l’altro, nell’ultimo trimestre (luglio-settembre 2011) sono chiuse per fallimento quasi duemila aziende agricole, dunque la crisi è forte anche in questo ambito. Sembra di essere tornati a parecchi anni fa, quando la vocazione agricola trainava il nostro paese: a distanza di tempo, si scorge in questa risorsa uno dei tanti volani per lo sviluppo.

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