L’uso energetico dei sottoprodotti agricoli


“Alcuni recenti provvedimenti legislativi di modifica del Codice Ambientale, hanno portato chiarezza nella definizione di numerosi ‘sottoprodotti’ dell’attività agricola, con questo facilitando notevolmente il loro utilizzo per scopi energetici”. Lo sottolinea Antonio Senza, responsabile Ambiente per la Cia di Reggio Emilia che puntualizza: “Sottoprodotti e non rifiuti, è una differenza fondamentale, soprattutto se parliamo di biomasse rimaste da lavorazioni agricole, zootecniche, forestali; finora però la nostra legislazione dava adito a dubbi in materia, con questo complicando lo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili di natura agricolo-forestale. Questa modifica precisa con maggiore chiarezza quali sono i materiali e le sostanze agricole escluse dalla normativa sui rifiuti se utilizzate a fini agronomici e per la produzione di energia”.

“Infatti – aggiunge Senza – le attività agricole, zootecniche e forestali producono una gran quantità di biomassa residuale che può utilmente essere impiegata a fini agronomici e per la produzione di energia, con vantaggi sia per i bilanci aziendali che per la salvaguardia dell’ambiente ed il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni in atmosfera”.

“Però –afferma- la legislazione finora vigente ha dato adito a molti dubbi e contrastanti interpretazioni. In agricoltura sono prodotti e riutilizzati svariati materiali e sostanze – non pericolosi – originati, direttamente o indirettamente, da biomasse agroforestali (cippato, pacciame, ceneri, fecce, vinaccia, lolla, digestato, liquami, pollina, ecc.) sul cui inquadramento gli organi di controllo si sono finora espressi differentemente in relazione alla loro natura e alle varie modalità di utilizzo. Questa modifica è un passo avanti nella direzione di ciò che noi sosteniamo, cioè che tutto quello che scaturisce da impianti o processi di lavorazione agricola, aventi a monte biomassa agroforestale, non sia considerato rifiuto allorché venga riutilizzato nello stesso circuito agricolo o destinato alla produzione finale di beni come l’energia e i fertilizzanti”.

“La nuova norma – precisa Senza – chiarisce che possono essere sottoprodotti: materiali fecali e vegetali provenienti da sfalci e potature di manutenzione del verde pubblico e privato, oppure da attività agricole, utilizzati nelle attività agricole, anche al di fuori del luogo di produzione, ovvero ceduti a terzi, o utilizzati in impianti aziendali o interaziendali per produrre energia o calore, o biogas, materiali litoidi o terre da coltivazione, anche sotto forma di fanghi, provenienti dalla pulizia o dal lavaggio di prodotti agricoli e riutilizzati nelle normali pratiche agricole e di conduzione dei fondi, eccedenze derivanti dalle preparazioni di cibi solidi, cotti o crudi”.

Inoltre, laddove vengono definite le caratteristiche e condizioni di utilizzo del biogas, si afferma: “Il biogas deve provenire dalla fermentazione anaerobica metanogenica di sostanze organiche, quali ad esempio effluenti di allevamento, prodotti agricoli e borlande di distillazione, purchè tali sostanze non costituiscano rifiuti ai sensi della parte quarta del presente decreto”.

“E’ evidente – conclude Senza – che queste novità costituiscono un ulteriore passo avanti nel determinare con chiarezza la natura di sottoprodotti-non rifiuti degli effluenti e di altre sostanze prodotte in agricoltura, qualora vengano avviate alla produzione di biogas e più in generale energetiche; va però sottolineato che tale formulazione dovrà integrarsi con quella che, nel decreto legislativo che recepisce la nuova direttiva UE sui rifiuti, definisce in maniera più estensiva che in passato, l’individuazione e l’utilizzo dei sottoprodotti, pena ritornare di nuovo ad una situazione confusa”.

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