Maggio: il culto della terra che rinasce

“di fior tutto è una trama canta germoglia ed ama l’acqua, la terra, il ciel……”
E’ il grido di giubilo che esplode dai versi di Poliziano, che cattura lo stato d’animo di chi saluta l’arrivo del bel tempo.
Calende di maggio era in passato il momento destinato a festeggiare spensieratamente la rigenerazione della natura. Una festa popolana e profana che portava i paesi a danzare, cantare all’aria aperta : elemento centrale di questa festa profana, fino alla meta del 900, è stato l’albero che chiamavano semplicemente “il maggio”. Lo si innalzava nella piazza e sulla cima veniva ornato di vettovaglie che i più arditi maggiaioli si contendevano nel corso di spericolate arrampicate. Non poteva che collocarsi a calendimaggio il primo fatale incontro di Dante Alighieri, ragazzo di una decina d’anni, con Beatrice, ospiti entrambi ad un convivio. Maggio dunque mese emblematico della giovinezza, mese delle “primizie”, emntre le giornate si allungano e si vive la rinascita del ciclo vitale della natura dopo il periodo invernale. Culto arboreo, ma anche simbolo del potere germinativo e procreatore. Gia’ i Romani svolgevano i Ludi Florales , giochi in onore della dea Flora, antica divinita’ italica della primavera. Usanza che prosegue nel Medioevo, e poi assume caratteristiche romantiche quando le feste diventano occasione di incontri e amoreggiamenti tra i giovani e le giovani soprattutto in campagna. “I giovani piu’ intraprendenti facevano visita alle proprie filarine cantando serenate e segnando il proprio passaggio con ghirlande fiorite,petali di rosa, rami di robinia” scrive Andrea Malossini. “Ma anche le zitelle brutte e racchie avevano un trattamento speciale, sbeffeggiate con ortica,rami spinosi, canapa sfilacciata e fuliggine.” Rito collegato al calendimaggio era l’usanza di piantare nei campi delle croci di salice o pioppo a protezione dei raccolti .
Mentre Svevo Ruggeri aggiunge che “ si cantavano in giro per i paesi e nei campi antiche melodie denominate “maggianti”, una sorta di aria popolare a rima inneggiante la bella stagione e la gloria della Madonna, sopravvissuto come tradizione folkloristica anche nei tempi odierni, soprattutto nelle campagne fiorentine e pisane. E’ anche il mese del fieno , definito anche e non a caso“maggese”. Riti arborei antichissimi caratterizzavano l’inizio di questo mese in tutta l’Europa pagana. Ad esempio gli Slavi della Carinzia portavano in processione alla vigilia del primo maggio un fantoccio ricoperto di fronde di betulla, che veniva poi gettato in acqua per procurare pioggia e favorire la crescita della frutta e del foraggio. Una cerimonia simile avveniva in Russia, tra gli zingari della Transilvania e in Slovenia, dove il “Verde Giorgio”, che in seguito si fonderà con l’immagine di San Giorgio, con in mano una torta ed una fiaccola accesa si recava nei campi di grano dove accendeva un fuoco circolare, deponeva al centro la torta e la divideva in più parti, consumandola con le ragazze del posto. Questi riti servivano a celebrare una rigenerazione materiale e spirituale: tutto ricominciava da capo, la vita ritrovava la sua forza iniziale, e quindi si ripeteva l’atto della creazione cosmica. Ogni rigenerazione era una nuova nascita, per questo motivo la presenza femminile era alla base di tutto, poiché incarnazione del concetto di creazione.”

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