Mangeremo ancora pesche e mandorle?

Fondazione AVSI mette in campo un modello d’intervento che coniuga sicurezza agro-alimentare e convivenza tra i popoli in vista di EXPO 2015 Una partnership tra ricerca scientifica internazionale e cooperazione allo sviluppo per la lotta contro le patologie delle piante ma soprattutto per il benessere delle comunità. Un workshop a Milano ha raccontato la formula virtuosa sperimentata in Libano: una task force
per l’ambiente e lo sviluppo, che coniughi il lavoro di tecnici e ricercatori con quello dei cooperanti.Un modello replicabile in altre situazioni di emergenza ambientale o di ricerca e prevenzione. La ricerca scientifica per il dialogo e la valorizzazione della biodiversità nel Mediterraneo” ha presentato il lavoro condotto in Libano da Fondazione AVSI e dalla Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano – con il Ministero dell’Agricoltura libanese e la Cooperazione allo Sviluppo Italiana – contro una malattia di mandorli, pesche e nettarine, il fitoplasma delle drupacee, che ha gravissime conseguenze sui coltivi, ma anche sulla popolazione locale e la sicurezza alimentare nel Mediterraneo.
Il fitoplasma oggi è presente in Libano ma può rappresentare un serio rischio qualora si diffonda all’interno del Mediterraneo. Gli scienziati di Iran, Siria, Egitto e Turchia, ospiti del workshop di Milano, sono stati chiari: “Nonostante si manifesti in forme diverse, il problema esiste anche da noi. È quindi fondamentale un lavoro di network”. Nel caso del Libano, la questione è tanto semplice quanto drammatica: il fitoplasma (Candidatus Phytoplasma phoenicium) viene trasmesso da un albero infetto a un albero sano attraverso specie di insetti ancora sconosciuti, né sono possibili trattamenti chimici. L’unica soluzione per arginare la sua diffusione oggi è l’eradicazione delle piante infette.
Il workshop ha riunito i partner del programma, ricercatori scientifici internazionali e ha rappresentato un importante momento di confronto sulle prospettive di cooperazione in campo scientifico e agro-alimentare tra Italia e Medio Oriente nel solco tematico dell’EXPO 2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e in vista della Giornata Mondiale dell’Alimentazione della Fao del prossimo 16 ottobre.
L’ambizioso obiettivo di “Lotta integrata al fitoplasma delle drupacee in Libano” -il programma della Fondazione AVSI in Libano finanziato dal programma ROSS della Cooperazione Italiana allo Sviluppo- è studiare, conoscere ed evitare la propagazione della malattia che, negli ultimi anni, ha drasticamente ridotto la produzione di mandorle in Libano e che recentemente si è estesa anche alle coltivazioni di pesche e nettarine. Una battaglia per la quale il mondo della ricerca e quello della cooperazione allo sviluppo -un totale di 25 tecnici e ricercatori- si sono mobilitati, lavorando per studiare l’estensione della malattia, trovare strumenti di prevenzione all’epidemia e risposte per gli agricoltori.
La partnership scientifica tra enti di ricerca libanesi (America University of Beirut, Lebanese Agriculture Research Institut, Université Saint-Esprit de Kaslik e Lebanese University) e italiani (Università di Milano e Università di Torino) ha così permesso di strutturare uno straordinario modello di intervento, scientifico ma anche sociale. Spiega la ricercatrice Marina Molino Lova, dottoranda della Facoltà di Agraria che lavora sul campo in Libano: “Legati da un problema comune, gli agricoltori libanesi, appartenenti a religioni ed etnie diverse, hanno fatto squadra e dialogato. Il progetto, in un solo anno, ha coinvolto 551 frutticoltori, esaminato periodicamente 910 frutteti distribuiti in 430 villaggi appartenenti a tutte le 26 Caza libanesi, individuando 40.000 piante infette”.
Un modello di intervento valido sia per le urgenze che per la ricerca e la prevenzione. Lo ha ribadito Claudia Sorlini, Preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano e ricercatrice del comitato tecnico dell’Expo. “Collocato nell’Expo 2015 questo programma va proposto come modello di intervento per affrontare e prevenire questi problemi”. Una traccia che avrà il suo seguito. “Il Libano si è rivelata una palestra importante per le buone pratiche di cooperazione -ha sottolineato invece l’inviato del ministero Affari Esteri, Antonio D’Andria. AVSI ha saputo coinvolgere università e soggetti diversi avviando un lavoro sul campo molto più ampio del semplice mandato”.
Un impegno che è proseguito con la firma comune di un appello a proseguire uniti nel lavoro.“Con questo lavoro è nata una collaborazione virtuosa che ha aperto un dialogo importante -ha detto Alberto Piatti, Segretario Generale della Fondazione AVSI-. Abbiamo portato la ricerca a dialogare direttamente con gli agricoltori”. Non solo. “La problematica è stata affrontata con metodo nuovo, integrato tra monitoraggio in campo, ricerca in laboratorio e campagne di formazione e informazione con i beneficiari -spiega ancora Marina Molino Lova-. “Partendo da un programma agricolo ci siamo presi cura della persona e della comunità che vive attorno al problema specifico. Curando le piante abbiamo incontrato gli agricoltori e le loro famiglie, come quella di Mohammed e tante altre. Con loro abbiamo conosciuto la realtà nella quale vivono, così frammentata e a volte delicata e difficile. Abbiamo messo in campo saperi e tecnica per affrontare i problemi nel loro complesso. Un’occasione di dialogo per una convivenza possibile”.
“Una giornata importante, nella quale è stato lanciato un appello alla collaborazione con una presa in carico dei problemi da parte di tutti gli attori coinvolti”. -ha evidenziato Marco Fratoddi, direttore di La Nuova Ecologia, moderatore dell’incontro.
“Evidenziando il problema, la ricerca scientifica ha aperto una importante sfida di carattere tecnico, socio-economico e ambientale. Abbiamo aperto una porta di dialogo per la cooperazione tra i popoli -ha concluso Alberto Piatti di AVSI- senza applicare sistemi calati dall’alto e dispendiosi.” È iniziata una modalità nuova di fare sistema tra i Paesi a favore delle persone che potrebbe diventare politica degli Stati. Un nuovo network di ricerca scientifica e sviluppo”.

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