Mozzarella Dop: rivolta dei casari contro la “stretta”

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Mozzarella di bufala campana Dop in mezzo alla bufera. I casari sono in rivolta contro un provvedimento di attuazione pubblicato qualche giorno fa in Gazzetta ufficiale che rende tuttavia operativo un precedente decreto, a tutela del marchio. Secondo gli stabilimenti produttori della famosa mozzarella, per continuare a lavorare “nelle regole” sarebbero necessari ingenti investimenti che scarseggiano, nel periodo di crisi. A difesa però delle norme “fortemente volute a tutela della trasparenza e dei consumatori” e contro il rischio di “falsi” si schierano però le associazioni del mondo agricolo. Per domani intanto é stata convocata una riunione urgente del Consiglio di amministrazione del Consorzio di tutela della Mozzarella di bufala, con all’ordine del giorno le nuove norme che impongono ai caseifici di allestire, entro il prossimo primo luglio, stabilimenti separati per la mozzarella Dop che deve essere prodotta con solo latte di bufala seguendo un rigido disciplinare, rispetto a quelli per la produzione di ricotta e altri prodotti caseari, realizzata con normale latte di mucca. Due percorsi separati insomma, per evitare commistioni poco trasparenti e tutelare il marchio di un prodotto dop molto apprezzato anche all’estero. “Una norma ingiustificabile e penalizzante – secondo il direttore del Consorzio, Antonio Lucisano – e per questo dobbiamo decidere cosa fare per chiedere che sia corretta”. “Difendiamo con forza le motivazioni che hanno condotto verso questa norma nel suo complesso – replica però la Cia, confederazione italiana agricoltori – che mette in trasparenza i processi produttivi della vera mozzarella di bufala Dop, a tutto vantaggio dei consumatori e di chi produce onestamente e in qualità “. La protesta non riguarda gli allevatori che si limitano a fornire il latte ai caseifici, bensì i produttori della mozzarella dop, vero e proprio “oro bianco” che vale un giro d’affari da 500 milioni di euro l’anno, coinvolge una rete di 110 caseifici, 1.500 allevatori, per un totale di 15mila addetti compreso l’indotto. Vero è, spiega la Cia, che le norme attuative che accompagnano la misura avrebbero dovuto avere altre caratteristiche, consentendo un periodo transitorio che permettesse agli stabilimenti di lavorazione di poter utilizzare le giacenze di latte se preventivamente dichiarate. Inoltre la norma attuativa avrebbe dovuto consentire agli stessi caseifici di realizzare altri formaggi derivati dal latte di bufala come ad esempio la ricotta, per evitare sprechi di prodotto. Comunque non tutto è perduto, dice l’organizzazione, che rimanda a un tavolo di lavoro già attivo, in rappresentanza di tutta la filiera, “che sta operando per trovare una soluzione”. “Il tavolo tecnico di filiera è l’unico e autorevole interlocutore delle Istituzioni locali – aggiunge Michele Pannullo, presidente di Confagricoltura Campania – e soprattutto nazionali e, grazie alla condivisione di tutti gli attori della filiera ed al supporto dell’assessorato regionale all’Agricoltura, il vero baluardo a difesa di furbi e speculatori che per troppi anni hanno inteso indebolire il settore e minare la qualità di uno dei prodotti più importanti dell’agroalimentare italiano”. (ANSA).

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