“Mucca pazza” frena ancora comparto farine derivate animali

index“Mucca pazza”, dopo oltre 30 anni dall’emergenza Bse, frena ancora un comparto produttivo made in Italy come quello delle farine di origine animale utilizzate per produrre alimenti, mangimi per animali domestici, detergenti, combustibili e fertilizzanti; tutte produzioni biodegradabili.
Lo denuncia Assograssi, l’associazione nazionale Produttori grassi e proteine animali, che, a nome delle 40 aziende associate con un fatturato complessivo di 500 milioni di euro e 3400 dipendenti, lamenta: ”non possiamo esportare le farine derivate dai ruminanti nei mercati extra-Ue – sottolinea il presidente di Assograssi Alberto Grosso – anche se in ambito comunitario ne è consentito l’uso.
E’ una questione comunitaria che ci preclude vendite ad esempio per l’acquacoltura oltreoceano e nel lontano Oriente pur garantendo maggiori standard di sicurezza alimentare e sanitaria. Al contempo, possiamo però importare mangimi da Paesi terzi, compresi quelli che non indagano sulle cause di morte in stalla come invece si fa in Italia. Manca un collegamento con l’evolversi della situazione Bse – lamenta ancora Grosso – tutto si è cristallizzato agli anni ’90 con i rigidi controlli sanitari e ambientali avviati per l’encefalopatia spongiforme bovina (Bse) in virtù di una severa legislazione che ha coinvolto l’intera filiera delle carni. Col tempo la normativa si è irrigidita anziché allentarsi per la superata emergenza” come è avvenuto col ritorno della bistecca e della pajata sulle nostre tavole. La produzione italiana di farine animali ammonta a 500mila tonnellate per un valore 100 milioni di euro che ”con un intervento Ue di buon senso – auspica il presidente di Assograssi – potrebbe valorizzare il settore dei sottoprodotti. Istanza comunitaria ancora più urgente dal momento in cui con 4.700.000 tonnellate di carni consumate nel 2014 in Italia quasi la metà, 2.100.000 tonnellate, va ai sottoprodotti per mangimistica (41%), usi industriali (34%), biodiesel di seconda generazione (18%) e combustione per caldaie (7%). Una semplificazione che valorizzando le farine made in Italy sosterrebbe anche il reddito degli allevamenti italiani, dal momento che le farine made in Usa ora valgono il doppio delle nostrane e l’industria oltreoceano ha meno costi di produzione per i minori controlli imposti”. (ANSA)

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