Nel lunario san Rocco, il santo con a fianco il cane

LUNE_Malossini_20140816 x AGRIIl 16 agosto si festeggia una dei santi più venerati in Italia: san Rocco.
Figura leggendaria, nacque a Montpellier nel 1295, visse a lungo in Italia, dove si prodigò fino alla morte nel portare conforto agli ammalati di peste, malattia che lo portò alla tomba e alla gloria eterna. Nell’arte è sempre raffigurato in abiti da pellegrino, categoria della quale è patrono assieme a quella dei viaggiatori, mentre mostra una piaga provocata dalla peste sulla propria coscia.
Per questa sua caratteristica di Santo guaritore, particolarmente attento alle malattie infettive, è venerato come protettore degli invalidi ed è invocato contro la peste, il colera, le epidemie e le malattie contagiose in genere.

Il Santo è sempre ritratto con al fianco un cane, spesso con in bocca un pezzo di pane. Le antiche agiografie, infatti, narrano che un cane, durante la malattia di Rocco appestato nei pressi di Piacenza, portasse quotidianamente al Santo un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone e signore del luogo, un tal Gottardo Pallastrelli, che poi, affascinato dalla carità cristiana di Rocco, lo seguì nel suo peregrinare. Questo episodio ha portato san Rocco ad essere anche il protettore dei cani.

Nel folclore il cane – specie i bastardini detti “cani da pagliaio” – ha un ruolo di primordine, benché sia praticamente l’unico animale a non avere né valore commerciale né capacità di produrre reddito. In quanto a servire, il cane da pagliaio serve a poco. L’unico impiego, oltre a far giocare i bambini, è quello di dare l’allarme ogni qualvolta uno sconosciuto si avvicina all’aia. Per addestrarli a questo, ancora cuccioli, i padroni un tempo li davano in braccio a un forestiero compiacente che, con rudezza, fingeva di buttarli dentro un forno acceso. In Romagna – su questa tradizione – dicevano At mett in te foran, parchè tan cnossa insun d’intoran – (Ti metto nel forno, perché non devi riconoscere nessuno intorno).
I cani da pagliaio, benché molto simili tra loro – piccoli di statura, orecchie pendenti, coda arricciata e pellame macchiato – sono di una razza indefinita. Se nell’aspetto la selezione “al contrario” non gli ha certo favoriti, questi bastardini possiedono una grande resistenza fisica, mangiano pochissimo e, illuminati dall’istinto di sopravvivenza, si dice riuscissero perfino a curare da soli i propri malanni.
Uno dei pochi pericoli per questi cani, e per i loro padroni, era in passato la rabbia. Per contenere la diffusione di questa malattia i praticoni e i veterinari sfruttavano il comportamento dei cani rabbiosi, i quali, dopo avere infettato con un morso un altro animale o un uomo, si dirigevano sempre e misteriosamente verso levante. Catturare i cani idrofobi era infatti importante sia per scongiurare la trasmissione del morbo, sia per permettere un’immediata cura all’infetto.

Tra le altre superstizioni riguardanti i cani, la più comune è che vederne passare è generalmente segno di cattivo auspicio, mentre sentirli abbaiare porta fortuna. Quando un cane ulula di notte, è un segno funesto e presagio di morte, così come se mugola sommessamente vicino a un ammalato (in Romagna dicono che Quând ch’l’urola e’ cân la bara la j’è pöc luntân – Quando ulula il cane la bara è poco lontana). Porta sfortuna anche se per errore si uccide il proprio cane o se si transita dove due cani si sono accoppiati.

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