Obesità: italiani consapevoli dei rischi, ma contrari alla tax fat

Gli italiani – secondo una ricerca comparativa con Francia, Regno Unito, Polonia, Belgio, e Danimarca – hanno la percezione più alta dei rischi di sicurezza alimentare e dell’allarme obesità. Sono anche tra i più favorevoli a politiche pubbliche di supporto alle buone pratiche nutrizionali, ma se si tratta di contribuire finanziaramente all’attuazione e sviluppo di progetti di lotta all’obesità sono tra i primi a tirarsi indietro. Le tax fat , che stanno prendendo piede in altri Paesi europei, proprio non piacciono nel nostro Paese. E’ quanto emerge da una maxi indagine, denominata Eatwell, sul grado e le modalità di accettazione delle politiche nutrizionali in cinque Paesi presentata in anteprima al Fens, 11/mo Congresso europeo sulla nutrizione, da Mario Mazzocchi, ricercatore dell’Università di Bologna che è partner del progetto europeo di ricerca, con validità statistica, nell’ambito del 7/mo programma quadro della Commissione europea. A mettere mano al portafoglio, secondo l’indagine basata su 3mila interviste, sarebbero per primi i danesi, sia perché, come spiega Mazzocchi, sentono molto il tema della sicurezza alimentare ma non gradiscono poi l’ingerenza dello Stato su questo. Hanno tuttavia preso confidenza con la fat tax, già introdotta nel paese della sirenetta, e ben il 62% si dichiara perciò favorevole a, sia pure modeste, politiche fiscali di contrasto all’obesità. Ma in Europa di fatto sembrano essere gli unici disposti a pagare in proprio per avere una società di cittadini in forma. L’indagine ha valutato, tramite questionari somministrati via mail, il grado di accettazione delle politiche in campo alimentare in base all’età, al reddito, al peso degli intervistati. “In generale le iniziative più gradite – ha sottolineato Mazzocchi – sono quelle nelle scuole e la diffusione di tabelle esplicative, mentre quelle meno gradite sono le avvertenze sulle confezioni del cibo e bevande e non piacciono nemmeno i tetti sui contenuti nutrizionali nei pasti da consumare nelle mense e luoghi di lavoro. I forti bevitori sono quelli che gradiscono meno avvertenze, messaggi pubblicitari o didattici. Così come chi mangia spesso fuori nella ristorazione moderna è meno favorevole a politiche di guida alla nutrizione”. Ma in generale più che tradizionali parametri dell’età o reddito , ha precisato il ricercatore italiano “sono i fattori psicologici a guidare le risposte degli intervistati. Che si possono suddivere in ‘fatalisti’ e ‘interventisti’. I ‘fatalisti’ danno la colpa della propria mancanza di peso-forma più a fattori esterni , come la scarsità di prodotti ‘salubri’ o freschi nel supermarket sotto casa, che al fallimento individuale nel mettersi a regime alimentare. Gli interventisti vorrebbero essere guidati nelle scelte alimentare, e guardano quindi con più favore alle tasse su alimenti grassi”. Tra tutti gli intervistati, la causa maggiormente individuata dell’obesità è la mancanza di volontà personale verso cambiamento delle abitudini alimentari ed esercizio fisico. Si tende quindi a dare maggiore importanza all’appagamento immediato che ai potenziali rischi di salute. (ANSA)

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