Pollo al cloro; Coldiretti, no alle richieste degli Stati Uniti

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Occorre respingere il pressing degli Stati Uniti per esportare il ”pollo alla varechina” in Europa. E’ la posizione della Coldiretti che commenta la richiesta degli Stati Uniti al Wto di risolvere la disputa con l’Unione Europea sui polli al cloro attraverso un gruppo d’esperti. Il divieto imposto dall’Unione Europea e’ stato stabilito nel 1997 a causa – sottolinea la Coldiretti – del metodo utilizzato negli USA per il trattamento delle carcasse di pollo con bagni di antimicrobici (prodotti a base di ipoclorito di sodio – comunemente chiamata varechina). Una procedura vietata nell’Unione Europea dove e’ stabilito che, per tale trattamento, si debba utilizzare acqua potabile. Nello specifico – precisa la Coldiretti – sono i prodotti usati negli USA (biossido di cloro, cloruro di sodio acidificato, fosfato trisodico e per ossiacidi) che sollevano molte perplessita’ sia per quanto riguarda possibili reazioni chimiche, variazioni del gusto, effetti tossici in caso di ingestione dei residui di queste sostanze, cosi’ come il rischio di insorgenza di ceppi di batteri resistenti come conseguenza dell’uso estensivo degli antimicrobici. Lo scorso anno dopo il pressing esercitato dagli Stati Uniti la Commissione Europea aveva adottato una proposta per permetterne la commercializzazione – sottolinea la Coldiretti – che e’ stata pero’ successivamente respinta all’unanimita’ dal Consiglio dei Ministri dell’agricoltura, con l’apprezzamento della Coldiretti. Il nuovo tentativo di portare il pollo alla varechina sulle tavole dei consumatori europei solleva forti perplessita’ sui rischi per l’ambiente e la salute sia per quanto riguarda possibili reazioni chimiche, variazioni del gusto, effetti tossici in caso di ingestione dei residui di queste sostanze, cosi’ come il rischio di insorgenza di ceppi di batteri resistenti. L’Italia – conclude la Coldiretti – e’ piu’ che autosufficiente nei consumi grazie a 6000 allevamenti, 173 macelli, 517 imprese di prima e seconda lavorazione che danno complessivamente lavoro a 180mila addetti per una produzione complessiva di 1,13 milioni di tonnellate di carne ampiamente superiore ai consumi interni e un fatturato complessivo di 3,5 miliardi di euro, circa il 6,5 percento del valore dell’intera agricoltura italiana.

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