Riforma Pac: meno Ue, più Regioni. Il sondaggio di Fieragricola

Fieragricola esternoMeno Unione europea, più Regioni. E con lo Stato a difendere gli interessi dell’agricoltura italiana. Si può sintetizzare così il risultato di un sondaggio lanciato da Fieragricola – manifestazione dedicata all’agricoltura, in programma a Verona dal 6 al 9 febbraio 2014 – lo scorso 13 giugno sul proprio sito, sul tema della Politica agricola comune (Pac).
Hanno risposto 4.254 visitatori, appartenenti a vario titolo al settore primario. Il questionario è stato segnalato non soltanto sul sito di Fieragricola, ma anche veicolato sui social network.
Il risultato più eclatante, nettissimo, è che il negoziato Pac non dovrebbe – così pensano 4.254 singoli utenti – essere gestito unicamente dal ministero delle Politiche agricole. Anche le Regioni, rispondono i visitatori, «devono intervenire direttamente nella trattativa, in base alle caratteristiche della propria agricoltura».
Accanto al desiderio di una gestione collegiale della Pac, o almeno non solamente in mano al Mipaaf, il sondaggio mette in luce la preferenza, schiacciante, che a gestire alcuni aspetti cruciali della riforma agricola sia lo Stato italiano e non l’Unione europea.
È così, ad esempio, per la stesura di una «black list», una lista nera cioè di soggetti ai quali non elargire più i finanziamenti della Pac, come aeroporti e campi da golf; ma anche per la definizione degli aiuti ai giovani agricoltori – che proprio in questi giorni di discussione a Lussemburgo sul futuro della Pac chiedono a livello europeo di essere finalmente messi al centro di una manovra che favorisca il ricambio generazionale. E pure per individuare chi sono gli agricoltori attivi, ai quali spettano i contributi per l’agricoltura.
Su questi tre punti altrettanta sicurezza: è lo Stato e non l’Unione europea che deve dettare la linea da seguire.

I commenti degli economisti agrari.
Gabriele Canali, docente di Economia e gestione del sistema agroalimentare, sul tema dell’agricoltore attivo ritiene che «gli Stati Membri debbano poter definite autonomamente delle regole generali, mentre sui giovani agricoltori ritengo che il sistema contenuto nella riforma della Pac sia molto lontano dal poter essere efficace. Tuttavia, se avere gradi di libertà a livello nazionale significa rendere più efficaci gli aiuti, allora va bene».
Relativamente alla «black list», prosegue Canali, «non concordo con la valutazione che esce, perché si rischiano di avere condizioni di concorrenza sleale tra Paesi dell’Ue. Serve una linea minima comune, altrimenti ogni Stato potrà indirizzare migliaia di euro per aeroporti e campi da golf, ai quali invece non dovrebbero essere assegnati fondi destinati all’agricoltura. E questo in nessun Paese. Ciòdetto, bisogna riconoscere che chiarire a livello nazionale l’agricoltore attivo significa definire meglio le risorse».
Quanto al plebiscito che vorrebbe le Regioni in prima fila a decidere della Politica agricola comune, Canali risponde con una domanda. «Non sarebbe ora, visto che si sta parlando di riforme istituzionali, superare il bicameralismo perfetto e istituire un Senato delle Regioni, al quale delegare il dibattito sulla Pac? Le Regioni dovranno trovare una sintesi all’interno del Senato federale e affidare la propria linea al ministero dell’Agricoltura. Serve una politica seria, che faccia una sintesi organica. Ma credo che sarebbe inefficiente anche lasciare alle singole Regioni il compito di andare a Bruxelles a rappresentarsi».

Dario Casati, economista agrario, già prorettore dell’Università di Milano.
«Emerge una forte delusione nei confronti dello Stato centrale – analizza il prof. Casati – e ognuno chiede regole per sé. Ma l’Unione europea potrebbe obiettare che i fondi per l’agricoltura sono
comunitari e vengono ripartiti secondo regole comunitarie e non secondo le regole che ogni agricoltore vorrebbe su misura».
Risposte, secondo Casati, «che rappresentano lo specchio dei tempi, ma che non tengono conto della battaglia che si è fatto per salvare il ministero delle Politiche agricole e del fatto che, quando si fanno leggi regionali, più che parafrasare le leggi comunitarie non si fa. E le risorse della Pac abbiamo visto che non è semplice gestirle e le Regioni non sempre sono in grado».
Un’altra obiezione che Bruxelles potrebbe rivolgere, osserva Casati, «è che di margini di autonomia sono già concessi all’Italia e alle Regioni, ma non vengono sfruttati pienamente. Prima di delegittimare la Politica europea è bene riflettere, il rischio è di assistere a continui litigi fra Regioni».

Ermanno Comegna, economista agrario.
«Sono sinceramente sorpreso dagli esiti del sondaggio condotto da Fieragricola. Non mi aspettavo una convergenza così ampia sull’autonomia decisionale degli Stati membri in materia di politica agricola e sul ruolo diretto delle singole Regioni – afferma Comegna -. Personalmente la penso in maniera diversa dalla maggioranza di chi ha risposto al sondaggio. In particolare sull’agricoltore attivo va bene la lista negativa definita a livello nazionale, ma alla condizione che non vi siano discriminazioni nei confronti di particolari tipologie di impresa e che non si costituiscano barriere burocratiche ed amministrative all’accesso ai pagamenti diretti, le quali, peraltro potrebbero essere facilmente superabili ricorrendo ad artifizi».
Inoltre, prosegue Comegna, «ritengo che la questione dell’autonomia degli Stati membri in materia di Pac rappresenti un elemento di fondamentale importanza. Credo che spingersi troppo oltre su tale fronte possa comportare la fine della cinquantennale esperienza della Politica agricola comunitaria e il ritorno alla nazionalizzazione degli interventi di sostegno del settore. Aspetto questo che non necessariamente va considerato in chiave negativa, soprattutto per un contribuente netto al bilancio europeo come l’Italia».
Infine, conclude, «in relazione all’intervento delle regioni nella trattativa sulla riforma Pac, il mio parere è di potenziare e non sminuire il ruolo del ministero delle Politiche agricole. Una cosa è presentarsi a Bruxelles con una sola voce, altro è andarci con 19 Regioni e 2 Provincie autonome, le quali non tutte peraltro sono in grado di sostenere un negoziato complesso come quello sulla Pac».

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