Sisma: meno latte e moria animali, l’agricoltura soffre


A Mirandola, nell’azienda Pradella, e in due aziende di San Felice sul Panaro, lì vicino, per il terremoto sono crollate le porcilaie: alcuni maiali sono stati estratti dalle macerie, ma altri, come 25 della ditta Veronesi di Massa Finalese, sono morti. A Medolla, nell’azienda agricola Morara, è venuto giù il tetto di una stalla per mucche. Che a dirla tutta, adesso soffrono anche lo stress da terremoto: non mangiano, non dormono, e la produzione di latte è crollata del 25%. E’ solo uno degli aspetti della crisi di un territorio d’eccellenza dell’agricoltura italiana, dove però adesso serpeggia la voglia di alzare bandiera bianca. “Senza contributi, finita la raccolta di mele e pere, lascio: non faccio altri debiti”, dice secco Mirco Tartari di San Carlo, uno dei tanti coltivatori diretti della bassa tra Modena e Ferrara che medita sul suo futuro. Perché, va detto, agricoltura e allevamento da queste parti hanno avuto un sapore amaro negli ultimi anni. “Siamo in Emilia, credo andremo avanti – riflette Gaetano Veronesi guardando le sue porcilaie crollate – Ma questa botta abbatterebbe qualsiasi morale. Abbiamo sempre aiutato gli altri, spero che ora aiutino noì. I numeri non rendono l’idea. Coldiretti stima che il danno, tra crolli, macchinari e animali persi, sia di oltre 200 milioni. Le associazioni dell’agricoltura chiedono una moratoria fiscale e tributaria. Ma i contadini vogliono contributi economici. Subito. Per riparare edifici, ricoverare animali, ricomperare trattori. Sostegno pubblico, sia chiaro. Perché gli agricoltori sono convinti che difficilmente in banca troveranno porte spalancate. Debiti li hanno già fatti. Come Tartari, per esempio. Nel 2010 la grandine gli danneggiò il raccolto, poi una tromba d’aria gli scoperchiò il fienile. Non aveva soldi per rifare il tetto, così investì nel fotovoltaico. “Mi davano un contributo anche perché nel vecchio tetto c’era eternit che ho rimosso”. Con 140.000 euro ha provato a ripartire. In dieci anni pensava di ammortizzare l’investimento. Domenica il tetto è collassato. “Non so nemmeno se i pannelli si possano recuperare”. Senza un contributo dovrà chiudere. Non vuol fare altri debiti, considerato che dal 2005 ha investito anche 90.000 euro per gli impianti antigrandine e di irrigazione a bassa dispersione. Perché quella che vive tra questi campi è una agricoltura che ha cercato di reinventarsi un futuro, per non mollare quando le vendite arrivavano sì e no a coprire le spese di produzione. Come ha fatto Veronesi, che dai liquami dei suoi 5.000 maiali ricava biogas per produrre energia. Che vende. Ha fatto debiti per costruire l’impianto. Aveva in progetto di raddoppiarlo. Ma adesso pensa innanzitutto a rifare le porcilaie. Domenica notte, dopo aver salvato la maggior parte del bestie intrappolate sotto le macerie, ha dovuto prendere una decisione radicale. “Abbiamo preso i più grassi e li abbiamo mandati al macello, per fare posto a quelli che non avevano più un tetto. Perché i maiali, specialmente piccoli, se non bevono muoiono in 24 ore”. Il danno, stima, è di 5-600.000 euro tra immobili lesionati e attrezzature. Forse però è il lattiero-caseario a soffrire di più. Il simbolo sono quelle 4-500.000 forme di Parmigiano Reggiano perdute dopo che le scalere su cui stavano stagionando sono cadute. Ma anche i produttori di latte sono in crisi. Perché, come spiega Giuseppe Goldoni, della azienda agricola Morara di Medolla (Modena), allevatore orgoglioso di 60 frisone da latte, le vacche non sono macchine, e per lo stress da scosse producono il 25% in meno. Che, tradotto in soldoni, per il signor Goldoni, vuol dire che ogni giorno il terremoto gli presenta un conto da 350 euro. “Se dura settimane…”, è la sua sconsolata conclusione. (Giorgia Bentivogli – ANSA).

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