Slow Fish, accaparramento degli oceani uccide i pescatori

pescatoreUn ‘devastante tsunami’ che priva le comunità di pescatori di piccola scala dei loro mezzi di sussistenza minaccia milioni di persone nel mondo: è l’ocean grabbing, l’accaparramento degli oceani e la loro privatizzazione, uno dei temi che più hanno suscitato interesse tra il pubblico di Slow Fish. Se ne è parlato in un Laboratorio dell’acqua gremito di gente con accademici, attivisti e pescatori artigianali. Tante visioni diverse con un punto di vista comune molto forte: l’ eccesso di pesca non èdeterminato dalla mancanza di diritti di proprietà sui mari e sugli oceani, ma dalla cattiva gestione. Il parallelo con un altro fenomeno di accaparramento, il land grabbing, su cui si hanno maggiori informazioni, è abbastanza immediato. E Stefano Masini, direttore del Settore ambiente e territorio di Coldiretti, parte proprio da questo assunto: “alla base della privatizzazione del suolo e gli oceani c’è un grave problema di regole, che determina il continuo calpestamento di diritti e l’assoggettamento all’unica legge che conta: il profitto a breve termine”. La tesi è comprovata da Miguel Cheuqueman Vargas, pescatore cileno della comunità mapuche, che nel sud del Paese conta circa 2 milioni di abitanti. La sua è una storia di diritti espropriati in nome di un modello economico neoliberista: “il Governo cileno ha varato nel 2002 un piano secondo cui il 93% delle risorse ittiche è attribuito alla pesca industriale per la produzione di mangimi e il 7% alla pesca tradizionale per il consumo umano”. Alla comunità indigena mapuche non spetta alcunché, e le sue rivendicazioni e azioni di protesta restano spesso inascoltate. Da parte sua Miguel intravede un’unica soluzione: “la nascita di reti e alleanze tra le comunità indigene, i pescatori di piccola scala, i movimenti studenteschi e la società civile”. Dal Sudafrica, Carsten Pedersen della Ong Masifundise mostra come l’introduzione delle Itq (individual transferrable quotas) abbia già tagliato fuori dai giochi il 90% dei 30.000 pescatori artigianali. “Hanno avuto sui pescatori e sulle loro famiglie l’effetto di un devastante tsunami, escludendoli da subito dal processo di privatizzazione”. Gli fa eco Brett Tolley, giovane statunitense che proviene da una famiglia di pescatori del Nord della costa atlantica e fa parte dell’organizzazione Nama. “Ci uniamo ai pescatori per correggere un sistema di rotture che comprende le politiche, i mercati, la scienza e la fiducia. Per farlo, crediamo sia utile trarre ispirazione dai movimenti a sostegno della piccola agricoltura familiare, riprendendone gli slogan e il linguaggio”. Sugli Itq sono molto critici anche Marta Cavallé, spagnola della Fundación Lonxanet, e Harald Zacarias Hansen, norvegese dell’organizzazione studentesca di sviluppo Spire, che parlano di un “processo di privatizzazione silenzioso, che non smetterà di monopolizzare le risorse e generare disuguaglianze sociali”. (ANSA).

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