Sprechi alimentari: filiera della carne la più virtuosa

carne 2Gli sprechi di cibo crescono anche in tempi di crisi economica.
Secondo una recente ricerca dell’Università di Milano, lo spreco di alimenti in Italia rappresenta il 17% dei consumi annui. Una perdita enorme, che lascia ancora più perplessi se si traduce in valori nutritivi. Basti pensare che questi quantitativi di rifiuti commestibili sarebbero sufficienti a sfamare l’intera popolazione del Ruanda.
La riduzione degli sprechi di cibo è prioritaria, in un mondo in cui, secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il 12,5% dei sette miliardi di persone che popolano il nostro pianeta è sottonutrito. Eppure, oltre un terzo del cibo potenzialmente disponibile per il consumo umano viene buttato via: vale a dire 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno.
Sono i dati allarmanti contenuti nello studio Il ruolo della carne in un’alimentazione equilibrata e sostenibile del Centro Studi Sprim di Milano, che dimostra come, seppure generi scarti come tutte le altre filiere alimentari, quella della carne sia la più virtuosa proprio in termini di riduzione degli sprechi.
La produzione e il consumo di carne, infatti, generano una quantità di scarti (cibo commestibile “perso” nella filiera produttiva) e rifiuti (cibo buttato una volta immesso sul mercato) più che dimezzata rispetto a frutta e verdura, e pari quasi alla metà dei rifiuti prodotti dalla filiera dei cereali.
I prodotti alimentari più sprecati, rivela lo studio, sono quelli di origine vegetale: quelli che, non a caso, hanno anche un prezzo più contenuto (massimo 2 euro al kg). Al contrario, ci si guarda generalmente bene dallo sprecare i prodotti di origine animale (carne, pesce, latte), indipendentemente dal loro prezzo. Un fatto questo probabilmente legato al valore sociale e culturale percepito da secoli per questi alimenti.

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